Alaa Faraj a Pantelleria.
Prima del carcere. Prima della parola.

di Laura Boggero

Alaa Faraj era un ragazzo. Aveva vent’anni, studiava ingegneria e giocava a calcio.

Poi è diventato uno scafista.

Tra le due parole, in mezzo, c’è un barcone partito dalla Libia nel 2015, ci sono centinaia di corpi ammassati, 49 morti soffocati nella stiva e una delle tante tragedie del Mediterraneo alle quali abbiamo dovuto dare un nome per raccontarla. L’abbiamo chiamata “strage di Ferragosto”.

Anche agli uomini, del resto, diamo nomi per sapere dove metterli. Migrante. Clandestino. Straniero. Vittima. Colpevole. Innocente.

Le parole servono, semplificano, mettono ordine. Il problema è quando funzionano troppo bene: quando una parola basta a spiegarci un uomo intero.

Ieri Alaa Faraj ha presentato alla Cantina D’Ancona il libro scritto durante la sua detenzione, in un italiano imparato in carcere, lettera dopo lettera, parola dopo parola.

La sua storia ormai è conosciuta.

Alcuni sopravvissuti lo indicarono come un membro dell’equipaggio dei trafficanti. Lui continuò a ripetere d’essere un passeggero come gli altri. Non bastò. Fu condannato a trent’anni. La parola aveva trovato il suo uomo.

Scafista.

Ed è una parola formidabile. Contiene già il reato, il colpevole e perfino una certa quantità di disprezzo. Quando ce l’hai buttata addosso, non rimane molto da dire.

Alaa invece continuava a dire che avevano preso la persona sbagliata.

Lo ha detto per dieci anni. Ovvero 3.650 giorni, più un paio di bisestili. Ma è un modo stupido di contarli (forse quanto dire che lui era scafista perché stava su uno scafo). Bisognerebbe contarli in compleanni, in estati, nelle facce dei genitori che invecchiano, nelle partite che non hai giocato, nelle persone che non hai incontrato. Nell’uomo che diventi mentre continui a ricordare il ragazzo che eri.

Da qui il titolo del libro: “Perché ero ragazzo.”

Nel frattempo Alaa scriveva.

Le lettere funzionano anche come soliloqui, parole tra te e te, confessioni, sfoghi rovesciati sulla carta. Ma, come quasi tutto, funzionano meglio in due. Qualcuno scrive. Qualcuno legge.

Alessandra Sciurba ha letto.

Da lì la storia ha lentamente cambiato direzione.

Sono arrivate orecchie disposte ad ascoltare e altre penne disposte a scrivere, avvocati, giuristi, intellettuali, giornalisti. Sellerio ha pubblicato quelle lettere. Il caso ha raggiunto il Presidente della Repubblica, che ha concesso la grazia parziale. Poi la revisione del processo e, dopo più di dieci anni, la porta del carcere si è aperta.

Ieri Alaa era qui a Pantelleria. In carne, ossa e parole sue.

C’era anche Vito Impellizzeri. Per noi è don Vito, perché elencarne ogni volta tutti i titoli richiederebbe troppo tempo. Diciamo che custodisce per professione le parole di Dio e possiede un certo talento nel trovare quelle giuste per gli uomini. Ieri ne portava con sé una particolarmente bella, cara anche a Papa Francesco.

Gentilezza.

Confesso che è una parola che non mi ha mai impressionato molto.

Ha qualcosa di petit. E sa di galateo, di porte tenute aperte, grazie, prego, si accomodi.

Ma Papa Francesco ne aveva un’idea molto più sovversiva. Per lui la gentilezza è il contrario della durezza, certamente. Ma è soprattutto la capacità di interrompere quella che chiamava l’“urgenza distratta”, la fretta che non ci lascia più il tempo di vedere gli altri.

È creare uno spazio di ascolto in mezzo all’indifferenza.

La gentilezza non pretende nemmeno di sapere subito chi ha davanti. Non domanda prima se meriti la nostra attenzione. Non chiede il certificato di innocenza. Non consulta l’etichetta.

Guarda. Ascolta.

È questa la sua forza.

La giustizia deve necessariamente giudicare.
La politica deve necessariamente scegliere.
La società deve necessariamente organizzare, distinguere, classificare.

La gentilezza, invece, può permettersi il lusso di fare qualcosa prima di tutto questo.

Può vedere un uomo.

E improvvisamente Alaa ha smesso d’essere caso giudiziario, rivendicazione politica e persino lotta civile o simbolo. La sua storia raccontata ieri alla Cantina D’Ancona era tutta lì, in un gesto apparentemente piccolo.

Un uomo ha scritto una lettera.

Una donna l’ha letta.

Papa Francesco diceva che le persone capaci di questa gentilezza diventano «stelle in mezzo all’oscurità». Don Vito aveva ragione a ricordarcene il valore.

Abbiamo costruito fari potentissimi per illuminare il mondo: le ideologie, le leggi, le sentenze, le categorie. Ci servono, forse non sapremmo vivere senza.

Ma i fari sono fatti per vedere lontano. Talvolta accecano.

La gentilezza è una luce più piccola e ostinata.

Serve a vedere chi abbiamo vicino.