Area Marina Protetta: allora decidano i panteschi

di Aurelio Mustacciuoli

In un’isola in cui le priorità percepite dalla cittadinanza sembrano essere ben altre, torna puntuale nella discussione pubblica uno dei tormentoni che da decenni appassionano politici, enti e apparati burocratici: l’Area Marina Protetta.

Il presidente del Parco, Italo Cucci, ci informa, documenti alla mano, che Pantelleria figura fin dal 1991 tra le aree marine di reperimento individuate dalla legge 394/1991 e che al Ministero si starebbe già lavorando alla sua istituzione.

«Non si tratta quindi di un progetto», conclude Cucci, «ma di una realtà».

Giova forse fare una precisazione.

Essere inseriti tra le aree marine di reperimento significa essere stati individuati dalla legge come area nella quale può essere istituita un’Area Marina Protetta. Non significa che l’Area Marina Protetta sia già stata istituita.

E forse è proprio nello spazio che separa queste due cose che dovrebbe entrare un soggetto che rischia altrimenti di essere dimenticato: la comunità pantesca.

Il sindaco Fabrizio D’Ancona sceglie infatti un registro diverso e pronuncia parole che, almeno nei principi, non possiamo che condividere: basta con le decisioni calate dall’alto. La comunità deve essere coinvolta. Qualsiasi percorso deve nascere dalla condivisione e dal confronto. La popolazione deve poter «esprimersi e partecipare nelle decisioni che si ritengono utili e necessarie».

Molto bene.

Prendiamo il Sindaco in parola.

Se davvero ritiene che una decisione così importante non possa essere calata dall’alto e che la comunità debba potersi esprimere, trasformi questa affermazione in un impegno politico concreto.

C’è però un problema che il Sindaco conosce bene.

Lo Statuto comunale limita il referendum consultivo alle materie di competenza locale ed esclude quelle nelle quali il Comune condivide la competenza con altri enti. Proprio su questo terreno si è già consumata la controversa vicenda del referendum sul Parco, dichiarato inammissibile, con l’ulteriore paradosso di un regolamento che prevedeva la possibilità di ricorrere al Difensore Civico, figura ormai inesistente, senza offrire ai promotori un effettivo rimedio alternativo.

Faccia allora davvero «tesoro degli errori commessi», come oggi invita a fare.

Se l’attuale quadro statutario impedisce di chiedere direttamente ai cittadini:

«Volete l’istituzione di un’Area Marina Protetta a Pantelleria?»

SÌ. NO.

si trovi lo strumento giuridicamente corretto per poterlo fare.

Si modifichi, se necessario, il quadro regolamentare comunale. Oppure si costruisca un quesito referendario che riguardi gli atti, gli indirizzi e la posizione che il Comune può legittimamente assumere nel procedimento di istituzione dell’Area Marina Protetta.

Ma alla fine la domanda politica deve restare comprensibile a tutti:

i panteschi l’Area Marina Protetta la vogliono oppure no?

Perché partecipazione non significa essere informati di una decisione già avviata.

Non significa convocare incontri pubblici ai quali partecipano qualche decina di persone, raccogliere osservazioni, organizzare tavoli e processi di “animazione territoriale” e lasciare poi alle istituzioni il compito di interpretare quale sarebbe la volontà della popolazione.

Partecipazione significa anche accettare la possibilità che la comunità dica NO.

E impegnarsi politicamente a rispettarlo.

Naturalmente un referendum comunale non sostituisce le competenze dello Stato e non può cancellare con una croce su una scheda le procedure previste dalla legge. Ma attribuirebbe al Sindaco e all’amministrazione qualcosa di politicamente molto più importante: un mandato inequivocabile della propria comunità.

Se vince il SÌ, si discuta con Ministero e Parco di zonizzazione, regolamenti, pesca, diporto, immersioni, gestione e di come costruire un’Area Marina realmente compatibile con Pantelleria.

Se vince il NO, il Sindaco vada a Roma con quel risultato e difenda la volontà della comunità che rappresenta.

E se qualcuno decidesse comunque di imporre dall’alto ciò che i panteschi hanno respinto, allora il Sindaco avrebbe davanti una scelta altrettanto semplice: accettare quella decisione oppure trarne le conseguenze politiche.

Questo significa, concretamente, non volere decisioni calate dall’alto.

Il resto rischia di essere partecipazione declamata.

C’è poi un altro aspetto della vicenda che merita qualche riflessione.

Mentre discutiamo dell’opportunità di aggiungere un nuovo livello di tutela, regolamentazione e amministrazione, Pantelleria un Parco ce l’ha già.

Da dieci anni.

E quel Parco non dispone ancora del suo fondamentale strumento di pianificazione: il Piano del Parco.

Non soltanto. Lo stesso Statuto dell’Ente prevedeva che il Piano fosse predisposto entro diciotto mesi dalla costituzione degli organi del Parco.

Diciotto mesi.

A quasi dieci anni dall’istituzione dell’Ente siamo ancora arrivati, nel 2026, alla predisposizione del preliminare del Piano.

Forse, prima di aggiungere un altro apparato di tutela e regolamentazione, sarebbe persino ragionevole domandarsi come abbia funzionato quello che abbiamo già.

Quali risultati abbia prodotto.

Quali vincoli.

Quali benefici.

Quali costi.

E quale rapporto sia riuscito a costruire in dieci anni con quella stessa comunità della quale oggi tutti sembrano improvvisamente voler esaltare la capacità di autodeterminazione.

Perché creare un ente, un vincolo o una struttura amministrativa in nome della tutela è relativamente facile.

Molto più difficile è tornare indietro quando quell’apparato esiste.

Il Presidente del Parco ci dice oggi che l’Area Marina Protetta non sarebbe più soltanto un’ipotesi ma qualcosa su cui il Ministero sta già lavorando.

Il Sindaco, contemporaneamente, rivendica il diritto di Pantelleria a «compartecipare a stabilire le regole».

Benissimo.

Prima ancora delle regole, però, chiediamo ai panteschi se vogliono il gioco.

Anche perché il rapporto tra le istituzioni pantesche sta diventando sempre più stretto.

Dal maggio scorso Fabrizio D’Ancona non è soltanto Sindaco di Pantelleria: è anche Presidente della Comunità del Parco.

Nulla di illegittimo, naturalmente. È l’architettura istituzionale prevista per mettere in relazione il Parco con il territorio.

Ma proprio per questo oggi il Sindaco ha una responsabilità ancora maggiore: dimostrare se, quando parla, sta rappresentando innanzitutto la volontà della comunità pantesca o semplicemente accompagnando processi istituzionali già avviati altrove.

La differenza la può stabilire con grande semplicità.

Dia davvero la parola ai cittadini.

Trovi lo strumento giuridico perché possano pronunciarsi chiaramente sull’Area Marina Protetta.

Si impegni pubblicamente a rispettarne politicamente l’esito.

E poi vada a rappresentare quella volontà davanti al Parco e al Ministero.

Il Sindaco sostiene che Pantelleria sia abbastanza matura da partecipare alle decisioni che riguardano il proprio territorio.

Siamo perfettamente d’accordo.

Dimostriamolo.

E soprattutto evitiamo che, dopo il Presidente della Comunità del Parco, un giorno ci si ritrovi anche con un Presidente della Comunità del Mare.

Prima il mare.

Poi l’Area Marina.

Ma soprattutto, prima i panteschi.

Editoriale del Direttore