In Islanda si è svolto un referendum sulla possibilità di riaprire i negoziati di adesione all’Unione Europea. Gli elettori, circa 270mila, si sono espressi in una consultazione caratterizzata da un equilibrio tra i favorevoli e i contrari, secondo i sondaggi. Il referendum è stato promosso dalla premier Kristrún Frostadóttir, leader dell’Alleanza socialdemocratica, che intende rilanciare i negoziati interrotti nel 2013, avviati inizialmente nel 2010 dopo la crisi finanziaria. In caso di esito positivo, l’adesione non sarà immediata, poiché seguiranno nuovi negoziati con Bruxelles e un ulteriore referendum. I sostenitori del Sì chiedono di valutare le proposte dell’UE, in particolare riguardo la pesca, su cui l’Unione Europea ha dichiarato la disponibilità a soluzioni flessibili. L’Islanda, già membro dell’EFTA, dello Spazio economico europeo e dell’area Schengen, applica molte regole UE senza però partecipare al processo decisionale. I favorevoli all’adesione sottolineano anche la possibilità di adottare l’euro, valuta più stabile rispetto alla corona islandese. Gli oppositori temono la perdita di autonomia e limitazioni sulle quote pesca, oltre a ridimensionare i rischi geopolitici legati alla regione artica. La premier ha anticipato il referendum, inizialmente previsto per il 2027, anche in risposta alle tensioni con Washington e alla politica commerciale statunitense. Se dovesse vincere il Sì, i negoziati ripartiranno dai 27 capitoli già aperti sui 35 totali in passato, di cui 11 sono stati chiusi provvisoriamente. Un risultato favorevole potrebbe riaprire la discussione anche in Norvegia, che in passato ha respinto l’adesione all’UE con due referendum. L’adesione islandese contribuirebbe a ravvivare il processo di allargamento dell’Unione, fermo dal 2013 con l’ingresso della Croazia, e segnato dalla Brexit. Eventualmente, l’ingresso dell’Islanda potrebbe avvenire già nel 2028.