Nonostante la recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sugli atleti transgender, molte atlete e rappresentanti di associazioni continuano a segnalare criticità sull’inclusione di persone transgender nelle squadre femminili. In 23 stati non sono in vigore leggi che impediscano la partecipazione di maschi biologici a sport femminili; in 19 di questi, esistono politiche che la consentono attivamente.
Soleil Hoefer, studentessa atleta dello stato di Washington, ha raccontato come nella sua carriera sportiva sia stata costretta a competere contro atleti maschi, sentendo di essere svantaggiata fisicamente. Hoefer ha inoltre richiamato l’attenzione su episodi più gravi: cita un caso recente in cui una giovane lottatrice sarebbe stata vittima di aggressione sessuale durante un incontro con un atleta transgender, fatto oggetto di denuncia e causa legale.
Kristen Waggoner, presidente dell’organizzazione Alliance Defending Freedom (ADF), che segue la causa, sottolinea che l’impatto della questione riguarda sia l’equità competitiva che la sicurezza e la privacy delle atlete, specie nei luoghi condivisi come spogliatoi e alloggi, dove la mancanza di barriere basate sul sesso può esporre a maggiori rischi.
Adaleia Cross, atleta del West Virginia coinvolta in un altro caso discusso dalla Corte Suprema, afferma di aver subito molestie sessuali e rimprovera alla scuola di non averla tutelata, anche se le accuse sono state negate e non confermate da indagini precedenti.
Madison Kenyon, ex atleta dell’Idaho e protagonista nei ricorsi legali, denuncia che la copertura mediatica dell’argomento non dà ancora sufficiente spazio alle testimonianze delle atlete femminili. Secondo un sondaggio Gallup del 2025, il 69% degli adulti statunitensi vorrebbe che gli atleti transgender gareggiassero solo in squadre corrispondenti al sesso di nascita.
A livello normativo, il Paese è oggi diviso: 27 stati hanno leggi che tutelano la divisione degli sport su base biologica, altri 19 consentono la partecipazione degli atleti transgender alle competizioni femminili, mentre pochi altri prevedono restrizioni gestite da agenzie educative o federazioni scolastiche. Alcuni stati come California, Illinois, Minnesota e Maine applicano regolamenti che permettono la partecipazione in base all’identità di genere e sono stati oggetto di cause giudiziarie.
In Vermont, la Vermont Christian School ha ottenuto un risarcimento dopo essere stata esclusa da competizioni a seguito di un ritiro da una partita contro una squadra con un’atleta transgender. Secondo i responsabili scolastici, permangono un clima di timore e la percezione di potenziali ritorsioni per chi si oppone a queste regole.
Infine, la sentenza della Corte Suprema non riconosce danni diretti alle atlete che si ritengono svantaggiate dalle politiche di inclusione, ma sono in corso cause che mirano ad ottenere risarcimenti per opportunità perse in termini di borse di studio, risultati sportivi e sicurezza. Le organizzazioni promotrici delle cause ribadiscono che una soluzione definitiva richiederà sia azioni giudiziarie sia un cambiamento culturale che riconosca l’importanza delle differenze biologiche nello sport.
