Guerra, declino e silenzi: perché i popoli non si fidano più di Bruxelles
C’è un rumore che in Europa non si riesce più a coprire. Non è propaganda, non è complottismo, non è nemmeno rabbia istintiva. È qualcosa di più profondo: la sensazione diffusa che il progetto europeo, così come oggi è guidato, stia perdendo direzione, legittimità e soprattutto fiducia.
Negli ultimi mesi questo disagio è emerso con forza nei luoghi simbolo del potere europeo. Ma ridurre tutto a uno scontro tra leader o a singoli scandali sarebbe un errore. La crisi dell’Unione è strutturale e poggia su fatti concreti, misurabili, quotidianamente percepiti dai cittadini.
Primo fatto: l’Europa sta scivolando, quasi senza dibattito pubblico, verso un’economia di guerra. Aumenti costanti delle spese militari, riarmo presentato come “necessario”, una retorica permanente dell’emergenza che normalizza l’idea di un conflitto futuro come inevitabile. La pace — che era il fondamento originario dell’Unione — non è più il presupposto, ma un’eccezione temporanea tra una crisi e l’altra. Questo cambio di paradigma avviene senza un vero mandato popolare e senza una riflessione culturale profonda sulle conseguenze economiche e sociali.
Secondo fatto: l’Europa sta perdendo competitività in modo drammatico. Solo pochi anni fa rappresentava circa il 25% dell’economia globale; oggi è scesa sotto il 15%. Non è una fluttuazione fisiologica: è un declino. Siamo marginali nei settori che definiscono il futuro — intelligenza artificiale, robotica avanzata, aerospace, piattaforme digitali — mentre altri blocchi geopolitici corrono. L’Europa regola ciò che non produce, tassa ciò che non innova e osserva da bordo campo le grandi partite tecnologiche del XXI secolo.
Terzo fatto: le libertà di espressione si stanno restringendo. Non con un colpo di Stato, ma attraverso una stratificazione di norme, linee guida, “codici di condotta”, filtri preventivi e sanzioni indirette. Il dissenso non viene più confutato: viene de-piattaformato, marginalizzato, delegittimato moralmente. È una deriva sottile ma pericolosa, perché colpisce il cuore della tradizione europea: il pluralismo, il conflitto delle idee, la libertà di critica.
Quarto fatto: il rapporto con gli alleati storici, in primis gli Stati Uniti, è sempre più conflittuale e ambiguo. L’Europa oscilla tra subordinazione e risentimento, senza una strategia autonoma credibile. Allo stesso tempo, la costruzione di un “nemico a est” permanente alimenta una logica di blocchi che accentua l’isolazionismo europeo, invece di rafforzarne il ruolo di ponte culturale e politico. In tutto questo, l’Unione sembra aver smarrito la difesa e la promozione dei valori culturali che l’hanno fondata: umanesimo, libertà, responsabilità individuale, limite del potere.
Quinto fatto: la gestione ideologica del climate change si è trasformata, in molti casi, in un boomerang economico e industriale. Politiche energetiche incoerenti, scelte affrettate, dipendenze esterne aumentate invece che ridotte. Il caso dell’automobile elettrica è emblematico: annunci trionfalistici, investimenti forzati, marce indietro silenziose che certificano errori colossali di valutazione. Nel frattempo, industrie storiche europee vengono messe in difficoltà mentre concorrenti extraeuropei occupano il mercato.
Su tutto questo, però, manca una parola chiave: accountability.
Nessuna vera assunzione di responsabilità. Nessun “abbiamo sbagliato”. Nessuna revisione profonda delle scelte. Solo rilanci, nuove narrazioni, nuovi obiettivi ancora più ambiziosi, come se il problema fosse sempre una comunicazione insufficiente e mai le decisioni prese.
È qui che nasce la sfiducia. Non da un episodio, ma dall’accumulo. Non da un leader, ma da un sistema che appare impermeabile all’autocritica.
Dentro questo vuoto politico e culturale stanno emergendo nuove aggregazioni. I Patrioti per l’Europa, oggi terzo gruppo parlamentare europeo, non sono un incidente di percorso ma il sintomo di un cambiamento profondo. E attorno a queste realtà si muove anche un lavoro culturale che in Italia ha un riferimento chiaro: Free Academy, di cui faccio parte come board member, oggi principale think tank italiano della fondazione Patriots for Europe. Non un luogo di slogan, ma di elaborazione critica su sovranità, libertà, limiti del potere e futuro dell’Europa.
Da Pantelleria, isola di confine e di approdo, tutto questo si vede forse con maggiore lucidità. Qui sappiamo cosa significa vivere le conseguenze di decisioni prese lontano, senza ascolto e senza responsabilità. Per questo non stupisce che la costruzione europea, così com’è oggi, venga percepita sempre più come distante, opaca, fragile.
L’Europa non è condannata al fallimento. Ma senza verità, senza responsabilità e senza un ritorno ai suoi valori fondativi, continuerà a perdere ciò che conta di più: la fiducia dei suoi popoli. E quando quella si rompe, nessun regolamento, nessuna retorica, nessun silenzio di palazzo può davvero ripararla.
Aurelio Mustacciuoli
