Nel trentesimo anniversario dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo, ucciso dalla mafia l’11 gennaio 1996 dopo 779 giorni di prigionia, la comunità di San Giuseppe Jato lo ha ricordato con una cerimonia nel Giardino della Memoria, luogo dove fu tenuto rinchiuso per sei mesi prima della morte. Presenti all’evento la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo, il prefetto di Palermo Massimo Mariani e i familiari del bambino. Nicola Di Matteo, fratello della vittima, ha evidenziato il dolore mai sopito della famiglia, sottolineando come Giuseppe rappresenti il coraggio e la memoria delle vittime della mafia da onorare ogni giorno.
Il sindaco Giuseppe Siviglia ha richiamato l’importanza dell’impegno quotidiano contro l’omertà, soprattutto attraverso l’educazione delle nuove generazioni ai principi della legalità. Anche il sindaco della Città Metropolitana di Palermo, Roberto Lagalla, ha rimarcato come il sacrificio di Giuseppe abbia segnato una svolta culturale nella lotta alla mafia, indicando la necessità di trasformare la memoria in responsabilità concreta verso i più deboli e nel sostegno a chi sceglie la legalità.
A Custonaci si è svolta un’altra commemorazione con la partecipazione di autorità politiche e istituzionali. Il senatore Raoul Russo ha ribadito il valore simbolico della storia di Giuseppe Di Matteo come monito contro la criminalità organizzata e ha annunciato la presentazione di un disegno di legge per contrastare l’apologia mafiosa. Nel corso della cerimonia è stata anche scoperta una targa in memoria dell’agente Giuseppe Montalto, ucciso dalla mafia per le sue attività di contrasto.
Sul piano giudiziario, prosegue una controversia tra Santino Di Matteo, ex boss diventato collaboratore di giustizia e padre di Giuseppe, la ex moglie Franca Castellese e il figlio Nicola, riguardo al risarcimento di un milione di euro concesso per l’uccisione del bambino. Santino Di Matteo, sentendosi escluso dal riconoscimento, ha citato in giudizio la famiglia. La prossima udienza è prevista per maggio. Il rapimento e l’omicidio di Giuseppe avvennero per mano di uomini guidati da Giovanni Brusca, che si finsero agenti della Dia per sottrarre il bambino, nel tentativo di dissuadere il pentito Di Matteo dalla collaborazione con la giustizia. Di Matteo ha dichiarato di aver scelto di collaborare per offrire un futuro migliore ai figli e ha respinto ogni responsabilità sulla morte del figlio.
