È tempo di scegliere le priorità. E di dirle chiaramente
Pantelleria è un’isola difficile.
Lo vediamo in questi giorni di gennaio, senza bisogno di grandi analisi: basta una tempesta e l’isola si ferma. Niente navi, spesso navi inadeguate. Niente aerei, o aerei vecchi. Collegamenti fragili, servizi essenziali appesi al meteo. È una condizione strutturale, non un’emergenza occasionale.
E proprio perché Pantelleria è difficile, è arrivato il momento di iniziare a parlare seriamente di priorità.
E soprattutto di trasparenza sulle priorità.
Negli ultimi cinquant’anni sull’isola si è sviluppata quella che potremmo definire, senza intento denigratorio, un’economia parassitaria.
Parassitaria non nel senso morale del termine, ma nel senso tecnico: un sistema che vive aspettando che i problemi vengano risolti da altri, con soldi di altri.
L’economia pantesca, così com’è oggi, non è in grado di autosostenersi.
E questo viene spesso giustificato appellandosi al principio – sacrosanto, in astratto – di avere gli stessi diritti dei cittadini della terraferma. Nella pratica, però, questo principio si è tradotto quasi esclusivamente nel diritto a essere sussidiati e amministrati da fuori.
Questo approccio “facile” alla pianificazione del futuro ha avuto un costo enorme:
ha indebolito le capacità imprenditoriali, ha abbassato le ambizioni, ha ridotto l’iniziativa individuale e collettiva, ha eroso il concetto stesso di risparmio delle risorse.
Oggi a Pantelleria si progettano opere quasi esclusivamente con fondi PNRR, regionali o ministeriali.
Progetti che hanno costi spesso di un ordine di grandezza superiori a quelli che sarebbero stati necessari con l’approccio pragmatico, sobrio e intelligente dei nostri antenati.
Eppure basta guardare al nostro passato per rendersi conto di una contraddizione clamorosa.
11.000 chilometri di muretti a secco.
5.800 ettari bonificati e resi fertili su 8.000.
Un paese con palazzetti eleganti, un palazzo comunale, un teatro, un ospedale.
Tutto questo è stato fatto senza Unione Europea, senza Stato, senza Regione, senza Parco, senza PNRR.
Oggi, semplicemente, queste cose non si saprebbero più fare.
Ci siamo abituati a esternalizzare tutto.
A rinunciare a qualsiasi attività produttiva reale. Non costruiamo più nulla, non produciamo quasi nulla: né mobili, né cibo, né energia.
Abbiamo rinunciato a un ospedale dove si nasce, dove si affrontano le emergenze che uccidono – come l’infarto – dove si curano i malati oncologici.
Abbiamo rinunciato a trasporti affidabili, a energia pulita e a basso costo, a un’istruzione che offra ai giovani prospettive concrete.
Tutto viene da fuori.
I soldi vengono da fuori. E intanto crescono potentati burocratici intoccabili.
Si costruiscono rotonde.
Si spendono milioni per rifare il lungomare – senza che esista uno straccio di rendering facilmente accessibile ai cittadini che mostri cosa verrà realmente fatto.
Si moltiplicano progetti che intercettano risorse di terzi e producono, troppo spesso, un’utilità prossima allo zero.
L’isola non migliora.
Non è più bella, non è più curata, non cresce.
E soprattutto non costruisce alcuna prospettiva di futuro per il giorno in cui questo flusso di denaro – figlio di politiche europee fallimentari che hanno sottratto risorse enormi ai cittadini – inevitabilmente si esaurirà.
Questo giornale non ha soluzioni preconfezionate.
Ma ha una convinzione chiara: Pantelleria deve tornare a discutere seriamente di ciò che è essenziale e di ciò che è superfluo. Deve avere più iniziativa, e non aspettare che i problemi vengano risolti altrove. Con le istituzioni nazionali deve reclamare uno status unico, quello di isola di confine distante dalla terraferma, che consenta di riacquistare più autonomia nel progettare il proprio futuro. Deve pretendere trasparenza, visione, responsabilità. E deve farlo adesso, non quando sarà troppo tardi.
Il Pantesco nasce anche per questo:
per porre domande scomode, per riaprire un dibattito vero, per ricordare che un’isola sopravvive solo se smette di delegare il proprio futuro.
Aurelio Mustacciuoli
