Nel corso della settima giornata di conflitto in Iran, il prezzo di benzina e gasolio in Italia continua a salire. Secondo il Ministero delle Imprese, dalla scorsa settimana la verde in modalità self ha visto un aumento di 9,2 centesimi arrivando a 1,76 euro al litro, mentre il diesel è salito di 18,9 centesimi fino a 1,91 euro. In autostrada, alcuni impianti segnano il gasolio servito oltre i 2,5 euro al litro. La Guardia di Finanza ha intensificato i controlli sull’intera filiera dei carburanti, specialmente sui passaggi a monte dei distributori, dopo segnalazioni di rincari ritenuti non giustificati da carenze di prodotto raffinato.

Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha assicurato che non risultano fenomeni speculativi diffusi, se non in una ventina di casi ora sotto esame. Sono stati previsti incontri settimanali della Commissione di allerta rapida sui prezzi e un piano di intervento della Guardia di Finanza concordato con l’Economia. Il governo valuta maggiori tasse su eventuali speculazioni, mentre il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, è pronto a chiedere spiegazioni alle compagnie petrolifere e ad avviare un monitoraggio con l’Antitrust.

Nel frattempo, le associazioni dei consumatori, i sindacati e i gestori delle pompe criticano l’attuale situazione, chiedendo il ripristino temporaneo dei prezzi controllati, una rimodulazione dell’IVA e una riduzione delle accise sui carburanti. Le compagnie petrolifere negano pratiche speculative, sostenendo che gli aumenti sono inferiori rispetto alle quotazioni internazionali, ma segnalano la possibilità di ulteriori rialzi nei prossimi giorni.

Sul mercato internazionale, la guerra in Medio Oriente ha provocato forti aumenti dei prezzi del greggio: il West Texas Intermediate (WTI) ha chiuso a 90,90 dollari al barile con un incremento settimanale del 12,21%, mentre il Brent è arrivato a 92,69 dollari. Il Qatar avverte che un protrarsi del conflitto rischia di bloccare le esportazioni di energia dal Golfo Persico, portando il prezzo del petrolio verso i 150 dollari al barile, scenario che potrebbe destabilizzare le economie mondiali.

La situazione nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del greggio mondiale, è particolarmente critica: il traffico navale è quasi fermo, con centinaia di navi bloccate e diversi incidenti segnalati. Alcune compagnie petrolifere e marittime hanno iniziato a sospendere le spedizioni nella zona, mentre Eni ha avviato l’evacuazione del personale dal sito petrolifero di Bassora, in Iraq. Le autorità internazionali provano a rassicurare sulla disponibilità di petrolio, ma nei Paesi del Golfo cresce la preoccupazione per le ricadute economiche e si valutano possibili revisioni di investimenti e contratti internazionali.