Shelly Kittleson, giornalista americana di 49 anni, è stata liberata dopo sette giorni di prigionia in Iraq. È stata rilasciata dalla milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah, che l’aveva rapita il 31 marzo a Baghdad. Il rilascio è avvenuto in cambio della liberazione di alcuni prigionieri appartenenti allo stesso gruppo e con la condizione che la giornalista lasci immediatamente il paese. Kataib Hezbollah ha comunicato la decisione attraverso un messaggio ufficiale, sottolineando che si tratta di un gesto eccezionale, motivato dalle posizioni del primo ministro uscente dell’Iraq. Il gruppo ha inoltre dichiarato che simili decisioni non si ripeteranno nei prossimi giorni, in quanto considera l’attuale situazione una ‘guerra scatenata dal nemico sionista-americano contro l’Islam’ e che in questi casi molte considerazioni vengono accantonate.

Shelly Kittleson collabora con media americani e italiani, tra cui Il Foglio e l’ANSA, ed è conosciuta per la sua esperienza in Iraq e Medio Oriente. Era stata avvisata più volte del pericolo, anche la sera prima del rapimento, ma aveva scelto di rimanere per continuare il suo lavoro. Secondo fonti della sicurezza irachena e americana, la giornalista sarebbe stata detenuta a Jurf al-Sakhar, a circa 60 chilometri a sud di Baghdad, utilizzata dal gruppo come scudo per fermare i raid aerei statunitensi. Durante la prigionia, funzionari statunitensi avrebbero fatto pressioni sulle autorità irachene per intervenire contro la milizia, mentre influenti politici sciiti avrebbero avviato contatti per la liberazione della reporter. Nei primi giorni dopo il rapimento si erano già avviate trattative tra il gruppo e rappresentanti del governo iracheno per uno scambio di prigionieri. Anche il Ministero degli Esteri italiano e l’Ambasciata d’Italia erano intervenuti per fornire supporto e sollecitare verifiche utili per la liberazione di Kittleson.