La transizione ecologica non può diventare il pretesto per costruire opere brutte, poco funzionali e prive di qualsiasi identità.
Le nuove pensiline fotovoltaiche che stanno sorgendo nei parcheggi del centro di Pantelleria rappresentano, purtroppo, l’ennesimo esempio di una progettazione pubblica che sembra aver completamente dimenticato dove si trova.
Pantelleria non è una periferia industriale. È la Perla Nera del Mediterraneo, è un Parco Nazionale, è un luogo che dovrebbe fare della qualità del paesaggio il proprio biglietto da visita.
E invece cosa stiamo costruendo?
Nel parcheggio di via Roma (e via Venezia), a pochi passi da Piazza Cavour, una gigantesca gabbia di acciaio zincato che trasforma uno spazio urbano in qualcosa che ricorda un capannone industriale. Pilastri ovunque, struttura ingombrante, nessuna ricerca architettonica, nessuna attenzione all’inserimento nel contesto.
Ma non basta.
Percorrendo poche centinaia di metri ci si trova davanti a un’altra tipologia di pensiline, quelle del parcheggio dell’ospedale: completamente diverse per forma, struttura e materiali.
Poco più avanti, davanti al cimitero, ecco comparire una terza versione, questa volta in legno lamellare.
Tre stili diversi. Tre linguaggi architettonici diversi. Tre materiali diversi. Tutti concentrati nello stesso spazio urbano.
La sensazione è quella di un’isola progettata a pezzi, senza una visione complessiva, senza un’identità, senza un piano del decoro urbano. Ogni intervento sembra appartenere a un Comune diverso.
E questo è il vero problema.
Un’opera pubblica non dovrebbe limitarsi a funzionare. Dovrebbe contribuire a costruire un’immagine coerente della città.
Qui, invece, domina l’improvvisazione.
Anche dal punto di vista pratico le scelte lasciano perplessi. Nel parcheggio di via Roma ogni posto auto è delimitato da pilastri metallici che renderanno più difficili le manovre, l’apertura delle portiere e l’utilizzo quotidiano del parcheggio, riducendo anche il numero complessivo degli stalli.
Brutta da vedere. Peggiore da utilizzare.
Negli ultimi mesi questa sensazione si ripete troppo spesso. Molti finanziamenti e molti cantieri, ma una qualità progettuale che raramente appare all’altezza del valore di Pantelleria.
Materiali economici, dettagli trascurati, architettura praticamente assente. Verde urbano, che renderebbe il centro più vivibile nel caldo estivo, oltre che più bello, inesistente o considerato un semplice riempitivo.
Il paesaggio, che dovrebbe essere il primo criterio di ogni scelta progettuale, finisce sistematicamente in secondo piano.
Eppure i cittadini hanno il diritto di pretendere molto di più. La progettazione delle opere pubbliche non è un adempimento burocratico: è una responsabilità. Anche perché la normativa riconosce ai tecnici incentivi economici specifici per progettazione e direzione dei lavori. Incentivi che dovrebbero tradursi in opere capaci di migliorare il territorio, non di impoverirlo.
Pantelleria vive della propria bellezza. Ogni intervento che la banalizza rappresenta un’occasione persa. Non basta installare pannelli fotovoltaici per definirsi sostenibili. La vera sostenibilità è anche rispetto del paesaggio, qualità architettonica, cura del verde, armonia degli spazi pubblici.
Oggi, purtroppo, l’impressione è un’altra: che si stia spendendo molto denaro pubblico senza una visione, senza un linguaggio comune e senza quell’ambizione estetica che un’isola come Pantelleria merita.
E questo, prima ancora che un errore tecnico, è un errore culturale, di prospettiva e di visione.
Il direttore.
Aurelio Mustacciuoli
