A Los Angeles è iniziato il primo importante processo contro le principali piattaforme social, tra cui Meta, TikTok, Snap e YouTube, accusate di aver creato prodotti volutamente progettati per generare dipendenza nei minori. In California sono oltre 3.000 le cause avviate, con più di 2.000 ulteriori casi in corso a livello federale. L’accusa principale non riguarda i contenuti ospitati, protetti da una legge del 1996 (Section 230), ma il design stesso delle piattaforme che, secondo i querelanti, favorisce stati di ansia, depressione, disturbi alimentari, comportamenti autolesionisti e in casi estremi il suicidio tra i giovani. Tra le funzioni contestate figurano lo scroll infinito, gli algoritmi di raccomandazione, le notifiche push, l’autoplay e i ‘like’, tutti elementi che creano meccanismi ripetitivi e incentivano l’uso compulsivo.

Le prove emerse includono documenti interni e rapporti aziendali che mostrano come le società abbiano considerato attivamente il valore economico degli utenti adolescenti e la loro propensione a restare a lungo sulle piattaforme, nonostante fossero consapevoli degli effetti negativi sulla salute mentale. Un report interno di Meta, ad esempio, evidenzia che il valore di un utente di 13 anni è stimato in circa 270 dollari, e uno studio della stessa azienda afferma che i ragazzi si percepiscono come incapaci di staccarsi da Instagram pur riconoscendone la natura dannosa.

Alcune aziende, come Snap e TikTok, hanno già chiuso accordi extragiudiziali prima dell’inizio del processo, evitando così l’esposizione pubblica di ulteriori prove interne. La novità di queste cause sta nell’approccio: non viene attribuita la colpa ai genitori per il tempo trascorso online dai figli, ma si sostiene che il danno derivi dal modo in cui le piattaforme stesse sono costruite per massimizzare il coinvolgimento degli utenti più giovani senza adeguati avvertimenti sui rischi.

Il confronto legale viene paragonato a quello intrapreso in passato contro le industrie del tabacco e degli oppioidi, con la corte chiamata a stabilire se le aziende abbiano progettato e commercializzato prodotti dannosi consapevolmente e senza informare gli utenti. Sul fronte normativo, mentre negli Stati Uniti non viene aggiornata una legge federale sulla sicurezza online dei minori dal 1998, altri paesi come l’Australia hanno già adottato restrizioni sull’uso dei social sotto i 16 anni e proposte simili sono in discussione in Francia e Regno Unito. Attualmente, negli Stati Uniti sono i genitori e i singoli stati a farsi promotori di queste azioni legali.