Nella nuova proposta di riformulazione del disegno di legge sulla violenza sessuale presentata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, è stata rimossa la parola ‘consenso’, sostituita dal concetto di ‘volontà contraria all’atto sessuale’. Nel testo approvato alla Camera si faceva invece esplicito riferimento al ‘consenso libero e attuale’. Le pene vengono modificate: per il reato di violenza sessuale base viene prevista la reclusione da 4 a 10 anni, riducendo la sanzione rispetto all’attuale previsione di 6-12 anni. Resta invariata la pena da 6 a 12 anni se il fatto è commesso con violenza, minaccia, abuso di autorità o approfittando di condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima. Per i casi di minore gravità, la riduzione della pena non potrà superare i due terzi.

La proposta Bongiorno prevede che la volontà contraria della persona all’atto sessuale debba essere valutata in base alla situazione e al contesto del fatto. Si considera inoltre atto contrario alla volontà anche quello compiuto a sorpresa o quando la vittima, nelle circostanze specifiche, non può esprimere dissenso. La proposta, che sarà votata in commissione Giustizia al Senato, specifica che le sanzioni tengano conto anche delle modalità della condotta, delle circostanze e del danno alla persona offesa.

Secondo Bongiorno, la norma tutela la donna oltrepassando la precedente impostazione che richiedeva azioni positive di violenza, minaccia o abuso di autorità, e prevede pene aggravate se questi elementi sono presenti. Viene sottolineata la volontà di proteggere la vittima anche in caso di impossibilità di esprimere consenso o dissenso, come quando è colta di sorpresa o bloccata dalla paura. Bongiorno sostiene che la valutazione della presenza o assenza di consenso debba considerare il contesto dei fatti, evitando che tutte le situazioni siano equiparate o che l’imputato debba provare il consenso dettagliato della vittima.

L’opposizione in Senato, tramite i capigruppo Francesco Boccia (Pd), Stefano Patuanelli (M5S), Raffaella Paita (IV), Peppe De Cristofaro (AVS) e Marco Lombardo (Azione), ha criticato la riformulazione, accusando la maggioranza di rompere l’accordo bipartisan raggiunto alla Camera, basato sul principio ‘solo sì è sì’. Secondo l’opposizione, eliminare il riferimento esplicito al consenso significa indebolire la tutela delle donne e rappresenta un passo indietro rispetto agli standard internazionali. I capigruppo Pd Chiara Braga e Francesco Boccia hanno parlato di ‘offesa alle donne’, sottolineando che la nuova proposta limita la portata della tutela rispetto alle precedenti sentenze della Corte Costituzionale e agli impegni assunti dalla Premier Meloni.

Anche la deputata Francesca Ghirra (AVS) ha affermato che la riformulazione porterebbe all’impunità in diversi casi perché le vittime dovrebbero dimostrare il dissenso, criticando la scelta di non considerare sufficienti le prove fisiche o mediche.