La recente norma che abbassa l’età di imputabilità dei minori a 14 anni è stata accolta con critiche da numerosi soggetti. L’Unione delle Camere Penali sottolinea che si tratta di una modifica profonda della giustizia minorile, inserendola in una tendenza repressiva già avviata dal decreto Caivano e attuata anche tramite l’estensione del fermo di prevenzione ai minorenni. I penalisti segnalano preoccupazioni sulla compatibilità costituzionale e parlano di una regressione culturale. Anche don Claudio Burgio, cappellano del carcere Beccaria, ritiene che la riforma non rispetti la maturità e la coscienza dei ragazzi, spesso incoscienti e privi di adeguata educazione. Secondo lui, etichette come ‘maranza’ o ‘baby gang’ semplificano realtà giovanili complesse e ostacolano soluzioni efficaci. Unicef Italia esprime preoccupazione, invitando a rafforzare la formazione in una situazione segnata dalla dispersione scolastica e dal disagio non intercettato dalle istituzioni. L’organizzazione ricorda che la Convenzione sui diritti dell’infanzia richiede approcci educativi e centrati sul superiore interesse dei minori. Anche Libera e Gruppo Abele criticano la norma, ritenendo che privilegi il consenso elettorale rispetto alle soluzioni concrete. Ciro Cascone, avvocato generale presso la Corte d’Appello di Bologna ed ex magistrato minorile, giudica la modifica contraddittoria e prevede che non cambierà la prassi dei magistrati, ma teme che il messaggio lanciato possa portare, in futuro, ad abbassare ancora l’età di imputabilità, scelta che considera inaccettabile.