L’intolleranza che uccide.
In un’epoca in cui tutti si riempiono la bocca con parole come “tolleranza”, “inclusione” e “diritti”, assistiamo – con sconcerto – a una deriva sempre più tossica: quella dell’intolleranza travestita da moralità.
L’attivista americano Charlie Kirk sostenitore di America First è stato assassinato. Un fatto gravissimo, che dovrebbe far riflettere tutti. Ma mentre la notizia si diffondeva, a meno di 24 ore di distanza, in uno studio televisivo italiano andava in onda una scena inquietante: l’ex tennista Adriano Panatta, ospite a Cartabianca, dichiarava che “persone come Trump andrebbero tolte di mezzo”. Risate, applausi. Nessuno che si sia alzato per dire: “Attenzione. Questo è troppo”.
Non serve essere sostenitori di Trump, né fan di Kirk. Serve solo un minimo di lucidità. Perché chi invoca l’eliminazione simbolica o fisica dell’avversario politico, non è un difensore della democrazia. È, semmai, un suo becchino.
La verità è semplice: l’intolleranza verso chi non la pensa come noi, anche quando viene dalla cosiddetta sinistra liberal, è fascismo. Rosso, ma sempre fascismo è.
Oggi, chi si discosta dal pensiero dominante rischia di essere isolato, deriso, additato, chiamato “estremista”; leggete la stampa nostrana: “l’estremista di destra” Charlie Kirk è stato assassinato, come dire “se lo meritava”, uno che usava solo l’arma della dialettica, discutendo civilmente con tutti e sfidandoli con la frase “prove me wrong”.
I social chiudono profili, i media celebrano l’unanimità. Ma la libertà non vive nell’uniformità: vive nel conflitto civile delle idee, nel rispetto anche delle voci scomode. La violenza non nasce dal dissenso, nasce dall’odio coltivato in nome della “virtù”. Dal silenzio complice di chi dovrebbe indignarsi e invece applaude.
L’educazione al dissenso civile è il primo passo verso una società libera. L’odio, anche quello “progressista”, resta odio.
E va condannato. Senza eccezioni.