Iniziamo l’anno da qui, da una parola che non va di moda ma resta essenziale: civiltà.
Il primo editoriale del Pantesco non è un augurio rituale né un bilancio stanco, ma una presa di posizione. Perché il nuovo anno ha senso solo se sappiamo da dove veniamo, cosa vogliamo salvare e quali derive culturali non intendiamo più tollerare. Ripartire dalla cultura non è nostalgia: è l’unico modo serio di guardare avanti.
La notizia raccontata da Federico Rampini sul Corriere della Sera non riguarda solo Harvard, né è un dibattito per addetti ai lavori.
L’addio di James Hankins, uno dei massimi studiosi del Rinascimento italiano e della civiltà occidentale, è un segnale potente:
quando una civiltà smette di insegnare sé stessa, comincia a smarrirsi.
E quando si smarrisce, diventa incivile.
La cultura non è un optional.
Non è un lusso per élite annoiate.
Non è una lista di colpe da espiare.
La cultura è l’infrastruttura invisibile dello sviluppo umano e civile.
È ciò che permette a una società di riconoscersi, di trasmettere valori, di produrre libertà invece che risentimento, responsabilità invece che vittimismo.
Il punto non è la “storia globale” in sé. Studiare il mondo è sempre stato uno dei tratti distintivi dell’Occidente.
Il problema nasce quando lo studio dell’altro diventa un pretesto per cancellare sé stessi.
Quando la civiltà occidentale viene ridotta a un’aula di tribunale permanente.
Quando la storia non è più comprensione, ma auto-accusa rituale.
È lì che l’educazione smette di formare cittadini e inizia a produrre individui disorientati, moralmente fragili, facilmente manipolabili.
Hankins lo dice senza giri di parole:
quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà, le persone diventano incivili.
Non più libere.
Non più giuste.
Solo prive di bussola.
E qui veniamo a casa nostra.
Pantelleria è una terra di confine.
Lo è geograficamente, storicamente, culturalmente.
È stata fenicia, romana, araba, normanna, siciliana. Mediterranea fino al midollo.
Qui le identità non si cancellano: si stratificano.
Qui la cultura non è mai stata un’ideologia, ma una pratica quotidiana di convivenza, adattamento, sopravvivenza.
Forse anche per questo la rivoluzione culturale woke – quella che in nome di una presunta purezza morale finisce per odiare la civiltà che l’ha resa possibile – ha messo poche radici.
Qualche seme c’è stato.
Qualche parola d’ordine importata.
Qualche riflesso pavloviano.
Radici superficiali, artificiali.
E come tutte le radici che non affondano nella terra vera, vanno strappate prima che secchino il terreno.
Non per sostituirle con un’altra ideologia.
Ma per tornare a fare ciò che una comunità sana fa da sempre:
-
custodire la propria storia
-
raccontarla senza vergogna
-
trasmetterla senza complessi di colpa
-
confrontarla con il mondo senza rinnegarsi
Pantelleria non ha bisogno di auto-flagellarsi per diventare più giusta.
Ha bisogno di cultura viva, non penitente.
Di memoria, non di rimozione.
Di spirito critico, non di catechismi alla moda.
Se persino le grandi università occidentali rischiano di dimenticare perché esistono, allora il compito delle periferie, delle isole, delle terre di confine diventa ancora più importante.
Qui possiamo ricordare una verità semplice e antica:
senza cultura non c’è civiltà,
senza civiltà non c’è libertà.
E questa, da Pantelleria, è una lezione che vale la pena difendere.
