Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito “paradossale” il percorso processuale che vede coinvolti Alberto Stasi e ora Andrea Sempio nell’ambito del caso Garlasco, sottolineando le anomalie della normativa italiana. Nordio si è chiesto come sia possibile condannare una persona, come avvenuto per Stasi, dopo due assoluzioni in diversi gradi di giudizio, senza l’emergere di nuove prove, rimarcando la differenza con il sistema anglosassone. Il Guardasigilli ritiene che una modifica legislativa sia necessaria, anche se difficile da attuare.
Il legale della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni, ha precisato che nel nuovo processo d’appello contro Stasi furono effettuate tre nuove perizie su disposizione della Cassazione, vennero acquisiti nuovi elementi come la bicicletta nera dell’imputato, e fu fondamentale l’esame del dna sulle unghie della vittima Chiara Poggi. Quindi, secondo Tizzoni, non si trattò di una semplice revisione degli atti già analizzati dai giudici.
Nordio ha sottolineato inoltre l’anomalia per cui, dopo una condanna pesante, ora si indaga su un’altra persona, Andrea Sempio, sulla base di elementi per cui, secondo l’accusa, l’autore del delitto sarebbe diverso da Stasi. Il ministro ha comunque chiarito di non esprimersi sull’inchiesta in corso e di non conoscere la dinamica del delitto.
L’avvocato di Sempio, Liborio Cataliotti, ha condiviso le riflessioni del ministro, affermando che un nuovo processo contro una persona diversa per un reato monosoggettivo sarebbe incostituzionale o comunque dovrebbe essere rivisto. Il presidente dell’Unione delle Camere Penali, Francesco Petrelli, ha inoltre sottolineato che il sistema processuale italiano favorirebbe l’errore giudiziario per lo sbilanciamento a favore dell’accusa e per uno scarso utilizzo del principio del “ragionevole dubbio”.
Parallelamente, il caso Garlasco si intreccia con altre cronache come quella della banda della Uno Bianca. Il deputato Pd Andrea De Maria ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Nordio sulla concessione della semilibertà ad Alberto Savi, capo della banda, evidenziando la mancanza di pentimento e collaborazione con la giustizia.
