Editoriale del Direttore
C’è una cifra che, in questi giorni, rimbalza tra comunicati, post e dichiarazioni: 1,8 milioni di euro. È lo stanziamento annunciato dal ministro Salvini per le strade di Pantelleria. Una notizia che, sulla carta, non può che far piacere. Le nostre strade versano da anni in condizioni indegne di un territorio che ambisce a definirsi turistico, civile, vivibile. Chi vive sull’isola lo sa bene: buche, rattoppi provvisori, interventi tardivi e spesso inefficaci fanno ormai parte del paesaggio.
Eppure, come spesso accade, la domanda vera non è se arrivano i fondi, ma come vengono spesi.
Nei giorni scorsi abbiamo avuto una lunga e interessante chiacchierata con Salvatore Spezia, ex imprenditore pantesco, che ha condiviso una riflessione tanto semplice quanto disarmante: perché a Pantelleria non esiste un sistema locale per la produzione e la posa dell’asfalto?
Secondo Spezia, la scelta di importare tutto da fuori – materiali, mezzi, manodopera – non è solo più costosa, per via dei trasporti e della necessità di mantenere l’asfalto a temperature adeguate, ma priva l’isola di opportunità di lavoro stabili. Un tempo, spiega, un piccolo impianto locale avrebbe potuto garantire occupazione a 8–10 persone del posto, creando competenze, continuità e responsabilità diretta sul territorio.
C’è di più. Pantelleria dispone di materiali locali, come il coccio pantesco, che potrebbero essere utilizzati per realizzare strade più durature e adatte alle condizioni dell’isola. Ma senza un impianto, senza una visione industriale anche minima, tutto questo resta teoria. E così continuiamo a importare asfalto, uomini e decisioni, esportando invece risorse e possibilità.
Questa situazione non è un’eccezione. È il sintomo di un modello più ampio che, in senso tecnico e non dispregiativo, possiamo definire economia parassitaria: un sistema che vive prevalentemente di fondi e contributi esterni, senza costruire una base produttiva locale capace di autosostenersi nel tempo.
A Pantelleria questa dipendenza ha conseguenze profonde. Incide sulla sovranità territoriale, sull’autosufficienza economica, sulla capacità della comunità di decidere davvero il proprio futuro. Elementi che non sono astratti, ma incidono direttamente sulla qualità della vita, sul lavoro, sulla dignità di chi qui vive tutto l’anno.
Il rischio, altrimenti, è sempre lo stesso: che anche questi 1,8 milioni finiscano per alimentare una macchina di appalti che passa sull’isola senza lasciare valore, competenze o infrastrutture durature. Un ciclo che si ripete: emergenza, finanziamento, intervento esterno, nuovo degrado.
Forse è arrivato il momento di fermarsi e avviare una riflessione più ampia. Non per rifiutare i finanziamenti – che restano necessari – ma per usarli con lo spirito contadino di una volta: investire oggi per non dipendere domani, costruire qualcosa che resti, che dia lavoro, che renda l’isola un po’ meno fragile.
Pantelleria non ha bisogno solo di strade asfaltate. Ha bisogno di strade che portino da qualche parte. E quel “qualche parte” si chiama sviluppo locale, autonomia, responsabilità condivisa. Su questo, forse, vale la pena aprire un dibattito vero.
