Il dibattito sulla guerra in Iran e sulla situazione geopolitica mondiale è diventato sempre più ideologico e sempre meno razionale. Si invoca il “diritto internazionale” come se fosse un ordine giuridico effettivo, si giudicano gli eventi con categorie morali semplificate e si dimentica una verità elementare: nella storia umana i rapporti tra stati sono sempre stati basati sulla forza, di cui gli stati sono monopolisti su un territorio.
Non è un giudizio morale. È un fatto.
Nel dibattito pubblico il diritto internazionale viene spesso presentato come un sistema giuridico paragonabile a quello interno degli Stati, fatto di norme universali applicate da un’autorità superiore. In realtà la sua natura storica è diversa.
Il diritto internazionale non nasce da un potere sovrano globale, ma da accordi e consuetudini tra Stati sovrani che mantengono ciascuno il monopolio della forza. Per questo motivo è sempre stato il riflesso di un equilibrio geopolitico.
Le grandi fasi del diritto internazionale coincidono con nuovi assetti di potere: dalla Pace di Westfalia al Congresso di Vienna fino all’ordine nato dopo la Seconda guerra mondiale. Le regole non cadono dal cielo: sono il risultato dei compromessi tra le potenze che in quel momento hanno la forza di stabilirle.
Questo non significa che il diritto internazionale sia irrilevante. Serve a ridurre l’incertezza e a stabilizzare le relazioni tra Stati. Ma significa riconoscere che quando cambiano gli equilibri geopolitici cambiano anche le regole. Il diritto internazionale esiste, ma vive dentro la storia — e la storia è fatta anche di rapporti di forza.
Vorrei affrontare il tema in oggetto da libertario realista, ma prima di farlo, in quanto libertario, vorrei fare due premesse.
La prima è che proprio perché gli Stati concentrano il potere coercitivo, un libertario considera l’accentramento geopolitico in grandi blocchi di per sé pericoloso. Quando il mondo si organizza attorno a pochi poli, le dispute tra potenze possono trasformarsi in guerre di massa che coinvolgono milioni di persone che non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni dei governi. E la guerra di massa, per chi ha a cuore la libertà individuale, è il male assoluto.
La seconda premessa è che il libertarismo non approva l’interventismo militare volto a esportare modelli politici o a costruire regimi amici. Le guerre infinite degli ultimi decenni — combattute in nome della “esportazione della democrazia” — hanno per altro dimostrato quanto questa strategia sia stata costosa e fallimentare.
Ma riconoscere la natura del potere significa anche riconoscere una realtà: le grandi potenze useranno sempre la forza per difendere i propri interessi. Una differenza non marginale è come la usano. La forza può tradursi in guerre devastanti che fanno milioni di morti, oppure in interventi mirati volti a ristabilire deterrenza e rapporti di forza con un impatto molto più limitato sulle popolazioni civili. E questa differenza conta.
È in questo contesto che bisogna leggere il cambiamento nella dottrina strategica americana.
Secondo lo storico Victor Davis Hanson, il ritorno di Donald Trump segna una trasformazione nella strategia degli Stati Uniti. Hanson parla di wars of reckoning, guerre di resa dei conti. Non quindi una guerra finalizzata all’espansione territoriale o a diffondere valori e stili di vita ma come conseguenza di reiterati attacchi e minacce contro il popolo e gli interessi americani, una guerra pertanto finalizzate a risolvere una minaccia reale sul medio periodo e ristabilire deterrenza attraverso una manifestazione di forza prima che una posizione attendista determini conseguenze a più alto impatto. La logica è diversa da quella che ha dominato la politica estera americana negli ultimi trent’anni. Non si tratta più di interventi lunghi per ricostruire nazioni o esportare istituzioni democratiche. L’approccio è più diretto: identificare minacce strategiche da parte di avversari ancora deboli e colpirle rapidamente prima che sia troppo tardi e in questo modo lanciare anche un messaggio ad avversari più forti, ristabilire deterrenza, rispetto e leadership.
Ai nemici viene quindi offerta una scelta semplice: negoziare oppure affrontare una dimostrazione di forza devastante. Hanson sintetizza questa logica con una formula brutale ma chiara: negoziazione o decapitazione.
In questa prospettiva, operazioni apparentemente scollegate — dalla pressione su aree strategiche come Panama fino allo scontro con l’Iran — diventano tasselli di un disegno più ampio volto a riaffermare la credibilità della potenza americana e a inviare un messaggio soprattutto alla Cina.
Naturalmente si può discutere se questa strategia sia giusta o pericolosa. La storia lo dirà. Ma per discuterne seriamente bisogna prima capire di cosa si sta parlando.
Ed è qui che il dibattito occidentale mostra tutta la sua debolezza.
Gran parte delle reazioni europee si limita a gridare alla violazione del diritto internazionale, come se quest’ultimo fosse una norma assoluta rispettata da tutti gli attori del sistema. In realtà il diritto internazionale funziona soprattutto quando coincide con gli interessi delle potenze che hanno la forza di farlo rispettare.
C’è poi una contraddizione evidente.
Negli ultimi anni l’Occidente ha sviluppato una sensibilità quasi ossessiva su temi come discriminazione, diritti civili e disuguaglianze sociali. Temi certamente importanti. Ma gli stessi ambienti politici sembrano improvvisamente dimenticarli quando si tratta di giudicare regimi che negano apertamente i valori fondamentali della civiltà occidentale.
Come può sentirsi al sicuro l’Occidente se un regime apertamente ostile ai suoi valori riesce a dotarsi di un’arma nucleare? E perché dovrebbe scandalizzare il possibile crollo di un regime che reprime brutalmente le libertà individuali e considera la donna un essere inferiore?
Queste non sono domande ideologiche. Sono domande di buon senso.
Naturalmente nessuna potenza agisce per altruismo. Gli Stati Uniti difendono i propri interessi, come fanno tutte le grandi potenze della storia. Pensare il contrario sarebbe ingenuo.
Ma proprio per questo il dibattito pubblico dovrebbe smettere di oscillare tra due illusioni opposte: la fantasia moralistica di un ordine mondiale governato dal diritto e la demonizzazione ideologica di qualunque esercizio di potere.
La politica internazionale non è un seminario di filosofia morale. È un equilibrio instabile tra potenza, interessi e deterrenza.
La storia dirà se Donald Trump sarà ricordato come un grande presidente o come l’autore di una strategia pericolosa. Ma prima di giudicare, sarebbe utile capire davvero di cosa stiamo parlando.
