Prisha Mosley, una giovane statunitense che aveva iniziato un percorso di transizione di genere durante l’adolescenza, ha avviato una causa legale contro i suoi medici sostenendo di essere stata indirizzata verso trattamenti invasivi senza la necessaria valutazione e informazione. Mosley, affetta da disturbi psichici e alimentari, racconta di essere stata convinta che la soluzione ai suoi problemi fosse il cambio di genere, ricevendo così terapie ormonali e un intervento chirurgico per la rimozione del seno. Secondo il suo legale, Joshua Payne, il caso sarebbe il primo negli Stati Uniti ad arrivare in tribunale con accuse formali di frode, negligenza e malasanità legate alla “detransizione”, e potrebbe aprire la strada ad altri ricorsi simili. I giudici di primo grado hanno però rigettato il procedimento per decorrenza dei termini, nonostante una recente modifica della legge locale che allunga i tempi di prescrizione per questi casi. Gli avvocati di Mosley sostengono che i minori non siano in grado di dare un consenso pienamente informato per trattamenti così complessi e irreversibili e chiedono che la Corte d’Appello riconosca la necessità di esaminare i fatti in aula. La questione solleva interrogativi nazionali sulla responsabilità dei professionisti sanitari e sull’adeguatezza degli attuali protocolli, specialmente per i pazienti vulnerabili dal punto di vista psicologico. Il caso Mosley è considerato emblematico per definire i confini tra cura, consenso e responsabilità nelle terapie di transizione di genere tra i minori.
PRISHA MOSLEY, JOSH PAYNE: Our legal appeal could reshape justice for victims of gender ‘care’ cases
