Uno studio giapponese pubblicato su BMC Geriatrics ha esaminato l’impatto della polifarmacia sugli anziani dimessi dagli ospedali e sottoposti a riabilitazione. La polifarmacia è stata definita come l’assunzione di sei o più farmaci su base regolare. La ricerca ha coinvolto 1.903 pazienti di età pari o superiore a 65 anni, ricoverati per riabilitazione tra aprile 2017 e marzo 2024 presso un ospedale giapponese per la riabilitazione convalescente. I pazienti presentavano patologie quali malattie cerebrovascolari, disturbi motori o sindrome da inattività.
Il 62,1% dei pazienti era stato dimesso assumendo sei o più farmaci, con oltre il 76% degli stessi di età superiore agli 80 anni. Coloro che assumevano più farmaci facevano più frequentemente uso di agonisti dei recettori delle benzodiazepine (utilizzati per ansia e insonnia), lassativi e farmaci psicotropi (per disturbi dell’umore come depressione, ansia e psicosi).
Si è riscontrato che i pazienti con polifarmacia affetti da malattie cerebrovascolari o sindrome da inattività ottenevano punteggi significativamente inferiori nella valutazione dell’indipendenza funzionale (FIM), indicatore della capacità di svolgere attività quotidiane in autonomia dopo la malattia, l’infortunio o il ricovero. Questo collegamento non è emerso nel gruppo con disturbi motori. Gli effetti negativi sono risultati più pronunciati negli ultraottantenni e nei soggetti in recupero da patologie legate all’ictus o da debolezza causata da inattività.
Gli autori dello studio suggeriscono di rivedere e ridurre le prescrizioni non necessarie, poiché ciò potrebbe migliorare la ripresa dei pazienti in riabilitazione. Tuttavia, lo studio presenta limiti: il disegno retrospettivo e osservazionale non consente di stabilire una relazione causale tra numero di farmaci e indipendenza funzionale. Mancano inoltre dati sulle dosi specifiche dei farmaci e sull’intensità della riabilitazione. La ricerca, condotta in un unico ospedale, potrebbe non essere rappresentativa della popolazione generale. Gli autori auspicano ulteriori studi per identificare quali farmaci influiscano maggiormente sul recupero e per ottimizzare le strategie di riduzione delle prescrizioni.
