L’11 aprile 2006 segnò la fine di un’epoca con l’arresto di Bernardo Provenzano, considerato l’ultimo vero capo di Cosa nostra. Marzia Sabella, magistrata del pool che coordinava le indagini sulla sua cattura, ricorda come quell’evento abbia rappresentato non solo la conclusione della lunga latitanza di Provenzano, durata 43 anni, ma anche l’inizio di ulteriori indagini che portarono a centinaia di arresti contro la criminalità organizzata. Secondo Sabella, nessun altro boss è riuscito a occupare il suo ruolo, nemmeno Matteo Messina Denaro, il cui potere rimase circoscritto al territorio del Trapanese.
Le indagini culminarono con il blitz in un casolare rurale a Montagna dei Cavalli, vicino Corleone, condotto dalla squadra della Polizia guidata da Renato Cortese. Sabella e Michele Prestipino, altro magistrato del gruppo, trovarono nel rifugio numerosi “pizzini” conservati da Provenzano, una pratica diversa da quella di Messina Denaro. Il materiale rinvenuto fu determinante per approfondire ulteriormente le investigazioni su Cosa nostra.
La cattura di Provenzano fu il risultato di una classica indagine fatta di pedinamenti, osservazioni sul campo e senza il supporto della tecnologia o di collaboratori di giustizia. Gli investigatori seguirono a lungo il percorso di alcuni pacchi di biancheria diretti alla moglie e ai figli del latitante, che alla fine portarono al suo nascondiglio.
Le operazioni furono condotte in assoluta segretezza, con il coinvolgimento di pochissime persone tra magistrati e polizia giudiziaria. Dopo precedenti episodi di infiltrazioni mafiose all’interno delle forze dell’ordine, i magistrati preferirono mantenere il massimo riserbo e limitare al minimo la comunicazione interna.
Al momento dell’arresto, Provenzano apparve agli occhi della pm Sabella come un anziano innocuo, ma dietro lo sguardo dimesso emergeva la personalità costruita in anni di indagini. Provenzano si complimentò con gli agenti presenti durante il blitz e fece notare la rilevanza di ciò che avevano appena compiuto: la sua cattura segnava la fine di una mafia guidata da una leadership forte e l’inizio di una nuova strategia orientata al basso profilo e agli affari, piuttosto che alla violenza eclatante.
