La Corte Suprema degli Stati Uniti ha esaminato due casi chiave che potrebbero definire le regole di partecipazione delle atlete transgender alle competizioni femminili a livello nazionale. I casi, Little v. Hecox (Idaho) e West Virginia v. B.P.J., sono stati oggetto di oltre tre ore di audizioni con domande tecniche da parte dei giudici, concentrandosi sulle distinzioni giuridiche tra sesso biologico e status di identità di genere.

Negli ultimi anni, negli Stati Uniti sono aumentate le partecipazioni di atleti nati maschi e identificati come donne transgender negli sport femminili, portando secondo diversi resoconti a perdita di competizioni, borse di studio e, in certi casi, lesioni fisiche per le atlete. Un rapporto delle Nazioni Unite riferisce che, fino ad agosto 2024, oltre 600 atlete hanno perso più di 890 medaglie in 29 sport diversi a vantaggio di atleti nati maschi che si identificano come donne. Anche per questo, oltre metà degli stati americani hanno adottato leggi che mantengono separate le competizioni maschili e femminili sulla base del sesso biologico.

Nel caso dell’Idaho, il nodo centrale è se la legge che limita la partecipazione alle competizioni femminili alle persone di sesso biologico femminile violi la Clausola di uguale protezione del Quattordicesimo Emendamento della Costituzione. Nel caso West Virginia, si aggiunge il quesito se il Titolo IX, che dal 1972 vieta la discriminazione sessuale nell’istruzione, consenta agli stati di distinguere le squadre sportive secondo il sesso biologico alla nascita. Entrambe le leggi degli stati contestati collegano esplicitamente la partecipazione alle squadre femminili al sesso biologico, escludendo quindi gli atleti nati maschi che si identificano come donne.

Durante le udienze, lo scontro centrale è stato sulla natura delle classificazioni operate da queste leggi: differenziazioone lecita per sesso biologico, secondo i difensori degli stati, oppure discriminazione fondata sullo status di identità di genere per gli oppositori. Alcuni giudici, tra cui Samuel Alito, hanno sostenuto che per applicare l’uguaglianza di trattamento è necessario definire con precisione il termine “sesso”. Altri, come Ketanji Brown Jackson, hanno proposto un approccio caso per caso, suggerendo la possibilità di eccezioni per atleti transgender che dimostrino di non avere un vantaggio competitivo.

Anche se alcuni atleti transgender coinvolti avevano assunto ormoni o bloccanti della pubertà, secondo i legali degli stati queste terapie non eliminano completamente i vantaggi fisici derivanti dalla biologia maschile. Un altro tema rilevante è stato il significato di “sesso” nel contesto del Titolo IX, con la maggioranza dei giudici che ha sottolineato l’importanza di una definizione oggettiva per garantire equità e protezione delle opportunità nello sport femminile.

La decisione della Corte è attesa per giugno e si prevede che potrebbe proteggere le atlete femminili, ma la portata – ampia o ristretta – di questa tutela verrà stabilita dalla sentenza finale.