Il Digital Networks Act (Dna) europeo punta al completo abbandono delle reti in rame e al passaggio integrale alla fibra entro il 2035. Questo tema è stato approfondito nel forum ANSA Europa, con la partecipazione dell’eurodeputato Francesco Torselli (FdI), Francesco Rotunno di Open Fiber e Stefano Da Empoli, direttore di I-Com. Il nuovo regolamento, presentato dalla Commissione europea il 21 gennaio, indica una roadmap per la transizione, sottolineando l’importanza di progressività e inclusione, affinché nessun territorio resti escluso dal processo.

Secondo Torselli, la transizione alla fibra deve essere graduale e sostenuta da investimenti pubblici soprattutto nelle aree interne, dove la digitalizzazione al momento è meno conveniente per le imprese ma ha una significativa valenza sociale. Rotunno ha evidenziato che, sebbene la copertura in Italia cresca oltre il 10% l’anno e abbia superato il 60%, l’uso effettivo resta basso (circa il 22%). Il Dna, secondo l’esperto di Open Fiber, porta coerenza normativa e dovrebbe fornire certezze agli investitori, evitando una diffusione disomogenea delle reti in fibra.

Diversi Paesi europei, come Spagna, Portogallo e Francia, sono già avanti nel processo di transizione, mentre altri, tra cui Italia e Germania, registrano ritardi. Uniformare le condizioni è considerato essenziale per garantire pari opportunità e migliorare anche l’efficienza energetica delle infrastrutture digitali.

Stefano Da Empoli ha giudicato positivamente il Dna, sottolineando che il testo cerca equilibrio tra innovazione e consolidamento del settore, pur segnalando che il problema principale in Italia non è solo l’offerta infrastrutturale, ma anche la scarsa domanda. Ha poi ricordato il successo del precedente switch off dall’analogico al digitale terrestre come modello da seguire. Per il direttore di I-Com sono necessari una roadmap dettagliata e un approccio graduato per il passaggio alla fibra.

Sul tema 5G, i ritardi in alcuni Paesi sono attribuiti a modelli d’asta orientati a massimizzare gli introiti, a discapito degli investimenti nelle infrastrutture essenziali. La proposta europea introduce invece nuovi obblighi di investimento, ritenuti cruciali per la competitività e la vita dei cittadini europei.

Infine, Torselli ha affrontato la questione del cosiddetto ‘fair share’: il contributo delle Big Tech all’uso delle reti non è incluso nel Dna, ritenendolo una questione prettamente europea da affrontare con dati certi sugli impatti economici, evitando risvolti che si traducano in costi aggiuntivi per gli utenti finali.