Ogni tanto succede.

Entri in una mostra senza aspettarti nulla di particolare e ne esci con quella sensazione rara di aver visto qualcosa che continuerà a lavorare dentro di te anche il giorno dopo.

È quello che mi è accaduto visitando Acquasante, la mostra fotografica di Clara Greco, ospitata negli spazi essenziali e raccolti de Le Alcove di Van der Grinten, che proprio questa sera chiude il suo percorso espositivo.

Confesso di essere entrato con curiosità. Sono uscito con gratitudine.

Perché le fotografie di Clara Greco non chiedono di essere semplicemente osservate. Chiedono tempo. Chiedono silenzio. Chiedono di rallentare.

Viviamo in un’epoca in cui la fotografia spesso cerca di gridare per farsi notare. Qui accade il contrario. Ogni immagine sussurra.

E proprio per questo arriva più lontano.

Il filo conduttore della mostra è il velo.

Ma quel velo non nasconde. Rivela.

Rende visibile ciò che normalmente non guardiamo: il confine sottile tra corpo e giudizio, tra identità e sguardo, tra presenza e assenza.

Leggendo il testo che accompagna Acquasanta, Clara racconta come un’immagine sia nata quasi per caso, per proteggere una donna dal giudizio degli altri. Poi, rileggendo quel gesto, scopre di aver riprodotto inconsapevolmente lo stesso meccanismo che voleva denunciare: cancellare il corpo per renderlo accettabile.

È una riflessione potente.

Ma ciò che mi ha colpito ancora di più è il modo in cui quella riflessione diventa linguaggio visivo.

Una figura velata che emerge dalla nebbia mi ha ricordato il Cristo Velato della Cappella Sansevero, dove il marmo sembra trasformarsi in tessuto e il velo, anziché nascondere, rende il corpo ancora più presente.

Una donna sospesa sul fianco di un vulcano sembra dialogare con il Romanticismo, ma senza nostalgia. La natura non è scenario: è materia viva, è corpo essa stessa.

Le fotografie più astratte, fatte quasi solo di pieghe, ombre e trasparenze, sfiorano la pittura contemporanea. Più che rappresentare qualcosa, evocano uno stato d’animo. La fotografia smette di essere descrizione e diventa memoria.

E poi ci sono le immagini di Pantelleria. Non la Pantelleria da cartolina.

Quella interiore. Essenziale. Silenziosa.

Quella che conosce bene chi ci vive davvero.

Forse è proprio questo l’aspetto che più mi ha convinto: nessuna immagine cerca l’effetto speciale. Nessuna rincorre il virtuosismo tecnico. Ogni fotografia sembra aver trovato il coraggio della sottrazione. E spesso, nell’arte, togliere è molto più difficile che aggiungere.

Insomma, Acquasante è stata una piacevole sorpresa.

Una mostra che dimostra come anche Pantelleria possa ospitare una ricerca artistica autentica, capace di dialogare con la grande tradizione figurativa senza mai imitarla e con la fotografia contemporanea senza inseguirne le mode.

Se state leggendo queste righe prima della chiusura di questa sera, fatevi un regalo.

Entrate.

Concedetevi mezz’ora.

Non per vedere delle fotografie.

Per lasciare che siano loro, con estrema delicatezza, a guardare voi.

Editoriale del Direttore

Aurelio Mustacciuoli