Alcuni raccontano storie. Altri salvano qualcosa.

Pantiddraria ti cunta, di Angelina Rodo, presentato oggi nella Sala Consiliare del Comune di Pantelleria, appartiene decisamente alla seconda categoria.

È una raccolta di frammenti di vita pantesca, piccoli episodi che appartengono a un mondo scomparso o che sta scomparendo: a fuitina, la visita in occasione di un funerale, i corteggiamenti, le convenzioni sociali, i gesti quotidiani, le parole, le piccole liturgie attraverso le quali una comunità riconosceva se stessa.
Storie che allora sembravano normali e che oggi, lette tutte insieme, ci appaiono quasi esotiche.
E invece siamo noi. O, almeno, lo siamo stati.

La cosa più preziosa è che Angelina queste storie non le racconta traducendole nella lingua di oggi. Le lascia parlare nella loro lingua: il pantesco.
Ed è una scelta tutt’altro che folcloristica.
Una lingua non serve soltanto a chiamare le cose. Contiene un modo di guardarle. Ci sono ironie, pudori, sfumature, perfino sentimenti che possono esistere pienamente soltanto dentro le parole che li hanno accompagnati per secoli.
Quando muore una parola, dunque, non perdiamo soltanto un vocabolo.
Perdiamo un piccolo pezzo del mondo che quella parola sapeva raccontare.

E forse oggi Pantelleria ha bisogno più che mai di libri come questo.
L’isola è cambiata enormemente. La cultura contadina, che per secoli ne ha modellato il paesaggio, i rapporti sociali e perfino il carattere degli abitanti, ha lasciato progressivamente spazio a un’economia fondata soprattutto sul turismo. I giovani partono, spesso perché qui non trovano le opportunità che cercano. Arrivano nuovi abitanti, nuove abitudini, nuovi linguaggi.
È il corso delle cose e sarebbe sciocco immaginare di fermarlo.

Ma cambiare senza ricordare chi siamo è un’altra cosa.
Pantelleria non può accontentarsi di diventare semplicemente un bellissimo luogo nel Mediterraneo.
Ciò che non esiste altrove è Pantelleria:
la sua lingua, i suoi dammusi, i muretti a secco, Il modo di coltivare una vite dentro una conca scavata nella terra per proteggerla dal vento. Ma anche il modo di ridere, di corteggiare, di litigare, di celebrare un matrimonio o accompagnare un morto. Persino quelle consuetudini che oggi ci sembrano assurde sono parte del lunghissimo racconto che ci ha portati fin qui.
Ed è proprio questo che Angelina Rodo custodisce.

Professoressa, scrittrice, poetessa, Angelina è forse una delle interpreti più autentiche della cultura pantesca perché non la osserva dall’esterno, la vive.
Per me, poi, scrivere di lei significa inevitabilmente sconfinare nei ricordi personali.
Angelina è una cara amica della mia famiglia e di mia madre. Ricordo le serate trascorse nel suo giardino, quelle conversazioni in cui Pantelleria sembrava emergere poco alla volta attraverso racconti, espressioni, personaggi.
E quando mia moglie scrisse la sceneggiatura di A chiamata, fu naturale rivolgermi a lei perché l’aiutasse a tradurla in pantesco.
Non semplicemente a tradurre delle frasi.
A trovare le parole che quelle persone avrebbero davvero pronunciato.
Alla fine Angelina entrò anche nel corto, interpretandolo. E forse non poteva essere diversamente: certe parole, per essere vere, hanno bisogno della voce di chi le ha vissute.
Oggi, durante la presentazione, quella voce si è sentita ancora.

Angelina ha recitato per quasi quaranta minuti a memoria la sua Pantelleria, più brava di una attrice di teatro, in uno splendido pantesco, con quella sua maniera generosa, quasi bulimica, di raccontare: una parola tira l’altra, una frase ne chiama un’altra e ogni volta che il racconto sembrava aver trovato il suo perfetto punto d’arrivo… ne arrivava un altro.

A un certo punto mi ha ricordato Il Signore degli Anelli: quello in cui sei convinto per tre volte che il film sia finito, cominci quasi ad alzarti dalla poltrona, e invece no. C’è ancora un’ultima scena.

Con Angelina, naturalmente, un’ultima frase. E poi un’altra.

Ma forse anche questo è profondamente pantesco. Le storie delle isole non finiscono mai davvero: appena pensi di averle raccontate tutte, qualcuno si ricorda di qualcosa. E ricomincia a cuntari.

Conservare la memoria non significa vivere rivolti all’indietro, significa portare qualcosa con noi mentre andiamo avanti.
Le isole, in fondo, sono luoghi strani. Il mare le protegge e allo stesso tempo le espone. Per secoli Pantelleria è riuscita ad assorbire popoli, dominazioni, lingue e culture senza smettere di essere se stessa.
Oggi la sfida non è molto diversa.
Possiamo aprirci al mondo, ma dobbiamo continuare a sapere da dove veniamo.
Per fortuna, Pantelleria ha ancora Angelina Rodo.
E Angelina, ancora una volta, ti cunta.

Editoriale del Direttore

Aurelio Mustacciuoli