AI in Europa: Sicurezza senza Monocultura
Aurelio Mustacciuoli, Free Academy
Grazie per l’invito. Sono qui come direttore della Free Academy, un think tank conservatore libertario.
Prima di tutto, vorrei condividere un presupposto di base su cui molti possono concordare: una regolamentazione sull’AI è necessaria. Ma cosa e come regoliamo fa tutta la differenza.
Detto questo, il rischio attuale per l’Europa è trasformare l’AI da motore di abbondanza a infrastruttura di controllo e, allo stesso tempo, in un handicap competitivo.
Il tema di questo panel — “regulatory quagmire” — ci chiede di distinguere tra regole che abilitano e regole che omogeneizzano.
Possiamo concordare su un punto: “Regole che proteggano senza diventare un freno.”
E qui arriva il punto che voglio affrontare:
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stiamo davvero scivolando in una palude di oneri cumulativi;
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questo approccio non protegge i cittadini, anzi: aumenta i rischi per cittadini e imprese.
Articolerò il mio intervento in tre sezioni: dove siamo, dove andiamo, cosa fare.
Dove siamo
Vediamo dove siamo, concentrandoci prima sul quadro normativo e poi sullo scenario competitivo attuale.
In termini di regolamentazione possiamo riassumere così: “Non una regola, ma la somma di molte regole.”
Non sono un giurista; sono un ingegnere libertario appassionato della Scuola Austriaca di economia e attualmente sto costruendo piattaforme digitali basate su agenti AI. Da un punto di vista interno, vedo un cordone normativo che sta soffocando l’AI:
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AI Act, con il suo approccio basato sul rischio: applica divieti e obblighi di alfabetizzazione da febbraio 2025, obblighi per i modelli general-purpose da agosto 2025, piena applicazione per molti sistemi ad alto rischio entro agosto 2027.
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GDPR, con le regole sui dati personali; implica conseguenze per l’AI in fase di training dei modelli, che non deve violare i diritti dei soggetti interessati.
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DSA, orientato a ridurre i “rischi sistemici” negli ecosistemi informativi; richiede audit algoritmici per le grandi piattaforme.
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Nuova Direttiva sulla responsabilità da prodotto, che prevede responsabilità per software e AI considerati “difettosi”.
Accanto a queste norme, abbiamo l’AI Office europeo, la “torre di controllo” che emette linee guida e coordina la supervisione, soprattutto sui modelli GPAI.
In termini di scenario competitivo: “Siamo molto indietro” rispetto a USA e Cina.
La Commissione ha annunciato un piano di 50 miliardi per l’AI, con l’obiettivo di mobilitare fino a 200 miliardi di investimenti pubblici/privati. Numeri importanti, ma che non colmeranno il divario se l’ambiente spinge le risorse verso la compliance invece che verso l’innovazione.
Un segnale indicativo: la proposta di Direttiva sulla responsabilità da AI è stata ritirata nel 2025 — segno precoce che la complessità era già fuori controllo.
Nella vita reale: “Una startup che lancia un assistente per imprese deve gestire: AI Act (documentazione/valutazioni), DSA (rischi informativi se scala), GDPR (basi legali/dataset), PLD (responsabilità). Quattro piste, un piccolo team: la compliance divora il tempo del prodotto.”
Dove andiamo
Questo cordone normativo ha un doppio effetto: sovra-regolamentazione e monocultura.
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Il primo è fattuale: troppe regole, tempi stretti, linee guida che diventano standard di fatto.
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Il secondo nasce quando regole e pratiche standardizzano i valori incorporati nei modelli.
Come accade?
Esempio: quando il DSA e le linee guida richiedono alle piattaforme di mitigare i rischi informativi nei periodi elettorali — con etichette sui contenuti AI, riduzione della viralità, disclosure. La trasparenza è positiva; ma il rischio è uno scivolamento verso l’allineamento obbligato su contenuti legali ma controversi.
O quando l’ECAT (EU Centre for Algorithmic Transparency) non rimane tecnico e neutrale ma crea standard unici per ranking e moderazione.
In parole semplici: “Se una linea guida suggerisce di ridurre la visibilità dei temi controversi, anche se leciti, presto le piattaforme si allineano: una regola ‘volontaria’ diventa un obbligo di fatto.”
Rischi concreti
Senza un cambiamento di approccio, i rischi per cittadini e imprese sono quattro:
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Condizionamento culturale e stagnazione culturale
“Se il feed è unico, la società parla con una sola voce.”
L’algoritmo monoculturale riduce lo spazio per il dissenso e per il cambiamento culturale. -
Centralizzazione del potere
“La tecnologia è neutrale, le architetture di potere no.”
Se codici di condotta e regole centralizzate impongono un set di valori, l’AI diventa strumento di controllo, non di sviluppo. -
Perdita di competitività
“Se il capitale va in compliance, non va in innovazione.”
I costi cumulativi (AI Act + DSA + GDPR + responsabilità) favoriscono gli incumbent e scoraggiano le startup. -
AGI e rischio esistenziale di secondo ordine
“Se il fine giustifica i mezzi, i mezzi possono schiacciare i fini.”
Senza pluralismo etico, un’AGI “collettivista” può razionalizzare sacrifici individuali in nome del bene comune.
Cosa fare
Abbiamo detto: pluralismo, libera scelta, costi proporzionati, apertura competitiva. Ma come tradurli in pratica?
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Pluralismo etico nell’AI Act
Linee guida e codici devono chiarire che l’obiettivo non è un unico allineamento morale, ma la coesistenza di modelli con diverse etiche, entro i limiti di legge e sicurezza. -
Tutela del dissenso legittimo nel DSA
Contenuti illegali (da rimuovere) devono essere separati dai contenuti legali ma controversi (da preservare e lasciare al controllo dell’utente). -
Competitività e sandbox reali
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modulazione degli obblighi per le PMI;
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sandbox con tempi certi e riconoscimento reciproco tra Stati membri;
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investimenti pubblici in infrastrutture condivise, dataset aperti, robotica e standard aperti.
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Conclusione
L’AI può diventare la più grande infrastruttura di abbondanza — o la perfetta infrastruttura di controllo.
La differenza sta nella direzione della regolamentazione.
Pluralismo etico dei modelli, scelta degli utenti, costi proporzionati e apertura competitiva sono le chiavi perché l’AI liberi innovazione e libertà in Europa.
“Regolare per liberare, non per dirigere.”