Un vasto studio condotto dalle università di Chicago e Columbia su dati di 10 milioni di fratelli statunitensi, raccolti nell’arco di vent’anni, suggerisce che l’ordine di nascita possa essere collegato a specifici rischi per la salute nel lungo termine. I ricercatori hanno analizzato 569 categorie di malattie all’interno delle famiglie, individuando 150 condizioni significativamente associate all’ordine di nascita. In particolare, i primogeniti hanno fatto riscontrare un’incidenza maggiore di diagnosi neuropsichiatriche, tra cui autismo, ADHD, sindrome di Tourette e disturbo ossessivo-compulsivo (OCD), oltre a una più alta prevalenza di allergie alimentari. I secondogeniti, invece, presentano un rischio aumentato di emicranie, disturbi correlati all’uso di sostanze e problemi gastrointestinali come la gastrite.
Il dottor Marc Siegel, analista medico, ha evidenziato il possibile ruolo dell’attenzione dei genitori e delle differenze nello sviluppo del sistema immunitario, sottolineando che i primogeniti potrebbero ricevere più stimoli e pressioni da parte dei genitori e un’immunità meno preparata all’ambiente esterno alla nascita. Siegel ha inoltre suggerito che cambiamenti biologici e psicologici tra una gravidanza e l’altra, come trasformazioni nell’ambiente uterino, possano contribuire a queste differenze tra fratelli. Per quanto riguarda i disturbi da uso di sostanze tra i secondogeniti, l’esperto ha ipotizzato motivazioni emotive, tra cui la ricerca di attenzione.
Gli autori dello studio ribadiscono però che i risultati identificano correlazioni statistiche a livello di popolazione, senza confermare un rapporto causale diretto tra ordine di nascita e insorgenza delle patologie. La ricerca, infatti, si basa su dati assicurativi che possono riflettere anche differenze nel comportamento diagnostico, nell’accesso alle cure e nell’attenzione genitoriale, oltre a fattori come la diversa età dei genitori e l’intervallo tra le nascite dei fratelli. I ricercatori sottolineano che l’ordine di nascita rappresenta solo un indicatore di rischio moderato, non un fattore determinante per la salute del singolo individuo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Health.
