Nel 2024 in Italia circa due terzi dei padri lavoratori dipendenti hanno usufruito del congedo di paternità, secondo quanto rilevato da Save the Children su dati Inps. Dopo anni di crescita costante tra il 2013 e il 2022, la percentuale di utilizzo si è stabilizzata e rimane disomogenea sul territorio: il 59% dei padri che accedono al congedo risiede al Nord, il 19% al Centro e il 22% al Sud. I principali utenti hanno tra i 35 e i 44 anni, lavoro stabile e a tempo pieno. I lavoratori full time, infatti, utilizzano mediamente quasi due giorni in più rispetto ai part time; chi ha un contratto a tempo indeterminato beneficia in media di mezza giornata aggiuntiva rispetto agli assunti a termine. Nel dettaglio, in Lombardia si registra la quota più alta di utilizzatori nel Nord, mentre nel Sud spiccano Campania, Puglia e Sicilia.
Il congedo di paternità obbligatorio, introdotto in via sperimentale nel 2013, prevede oggi 10 giorni di assenza retribuiti al 100%, fruibili tra i due mesi prima e i cinque dopo il parto, e interessa anche i casi di adozione o affidamento. La legge include sanzioni per i datori di lavoro che ostacolino questo diritto. Esistono poi iniziative aziendali che migliorano ulteriormente le condizioni previste: nel settore turistico-alberghiero si registrano contratti integrativi che offrono giorni supplementari e integrazioni economiche; aziende come Fater e Chiesi arrivano a garantire 90 giorni o 12 settimane di congedo retribuito al 100%. Queste pratiche mirano a una maggiore equità nella divisione del lavoro di cura familiare.
Secondo la Uiltucs, strumenti come il congedo di paternità e la contrattazione collettiva sono fondamentali per il benessere delle famiglie e per una società più equa. Nel settore dei servizi, si promuovono condizioni migliorative rispetto ai minimi legali, con l’obiettivo di favorire la partecipazione dei padri alla vita familiare e ridurre il divario di genere nella ripartizione dei compiti domestici.
