La Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato la validità delle leggi statali che vietano agli atleti transgender di partecipare alle competizioni sportive femminili. Questa decisione rappresenta un punto di svolta nella lunga battaglia legale avviata da attivisti, sportive e avvocati in difesa dello sport femminile. La causa ha coinvolto due Stati, Idaho e West Virginia, e ha attirato l’attenzione nazionale, soprattutto dopo la partecipazione di atlete come Riley Gaines, che si sono esposte pubblicamente in difesa della divisione per sesso biologico nelle competizioni sportive scolastiche e universitarie.
La vicenda ha preso avvio in Idaho nel 2020, quando Mary Kate Marshall e Madison Kenyon, corridore di cross-country, si sono opposte all’inclusione di atleti transgender nelle gare femminili, dopo aver gareggiato contro una persona nata maschio. In assenza di un sostegno diffuso da parte di genitori e allenatori, le due atlete si sono fatte avanti come imputate volontarie in una causa contro una legge statale che intendeva escludere i maschi biologici dagli sport femminili. L’azione legale, in origine presentata dall’atleta transgender Lindsay Hecox, ha comportato anni di battaglie giudiziarie e ripercussioni personali per le ricorrenti.
Un caso simile si è sviluppato in West Virginia, dove nel 2021 una studentessa transgender di scuola media, rappresentata dall’ACLU, ha impugnato la legge dello Stato che vietava la sua partecipazione nelle squadre femminili. Il tribunale distrettuale e la Corte d’Appello hanno inizialmente permesso all’atleta di gareggiare. Durante il procedimento, l’atleta ha ottenuto significativi risultati sportivi, tra cui la vittoria del campionato statale di lancio del peso.
Contemporaneamente, la vicenda in West Virginia ha acquisito ulteriore rilievo quando una ex compagna di squadra, Adaleia Cross, ha accusato la stessa atleta di molestie verbali nello spogliatoio. L’ACLU ha respinto tali accuse, che non sono state oggetto diretto della causa presso la Corte Suprema, ma l’episodio ha influenzato la percezione pubblica rispetto alla discussione sulla sicurezza e sull’uguaglianza nello sport femminile.
Sul piano giuridico, la Corte Suprema ha stabilito che il Titolo IX non obbliga le scuole ad ammettere maschi biologici in squadre femminili, riconoscendo invece il diritto degli Stati di differenziare in base al sesso biologico. I giudici si sono espressi favorevolmente in maniera unanime sulla questione del Titolo IX, mentre sulla questione costituzionale relativa all’uguaglianza si sono divisi 6-3, sottolineando la necessità di tutelare l’opportunità e la privacy delle atlete.
Secondo i sostenitori della sentenza, la decisione rappresenta una chiara affermazione del diritto delle donne a competere ad armi pari. Tuttavia, per molti attivisti, tra cui Jennifer Sey, rimangono sfide da affrontare, poiché in 23 Stati non esistono ancora leggi simili e, per alcune discipline o competizioni private come le Olimpiadi e la maratona di Boston, il Titolo IX non si applica. Il dibattito e l’attivismo continueranno dunque anche fuori dalle aule di tribunale, con iniziative legislative e culturali prossime.
