Partiamo a bomba dalla domanda del panel:

Esiste ancora libertà di parola in Occidente?

La risposta più immediata è ovvia: sì, naturalmente esiste.

Se non esistesse, probabilmente questo convegno non potrebbe svolgersi.

Ma proprio questo apparente paradosso nasconde il vero problema.

La libertà raramente scompare all’improvviso.
Non sparisce con un decreto. Di solito cambia forma.

Si restringe lentamente. Viene regolata. Viene amministrata.
Diventa progressivamente più difficile da esercitare.

E quando ce ne accorgiamo con chiarezza, spesso il processo è già molto avanzato. E’ la rana di Chomsky bollita lentamente.

I segnali

Per capire se questo sta accadendo anche oggi, vale la pena guardare ad alcuni segnali che stanno emergendo nel mondo occidentale.

Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che la libertà di espressione debba essere sempre più subordinata ad altri obiettivi considerati superiori: la sicurezza, la stabilità sociale, la lotta alla disinformazione, la tutela da discorsi ritenuti offensivi.

Prima è stato il politicamente corretto e l’ideologia woke, che dopo la caduta del muro di Berlino è diventata il nuovo linguaggio culturale della sinistra occidentale.

Poi sono arrivati eventi eccezionali come il covid e la guerra in Ucraina, che hanno rafforzato la convinzione che, in situazioni considerate di emergenza, limitare la libertà di espressione possa essere non solo accettabile, ma addirittura necessario.

Se guardiamo alle due sponde dell’Atlantico vediamo però dinamiche diverse.

Negli Stati Uniti il dibattito sulla libertà di parola si è concentrato soprattutto sul ruolo delle grandi piattaforme digitali.

I social network sono nati come strumenti straordinari di espansione della libertà di espressione.

Questo ha permesso a piattaforme come Facebook di raggiungere oltre due miliardi di utenti in pochissimi anni, qualcosa che nessun media tradizionale aveva mai realizzato.

Nel tempo però abbiamo assistito a come la promessa iniziale di massima libertà sia stata in parte disattesa: fenomeni di deplatforming, moderazione sempre più aggressiva dei contenuti e pressioni culturali e politiche sulle piattaforme affinché limitino alcune opinioni considerate problematiche.

Non si tratta di censura statale nel senso classico del termine. Nessuna istituzione pubblica decide direttamente cosa non si può dire. Ma si è sviluppata una forma di regolazione privata dello spazio pubblico, esercitata da piattaforme che sono diventate di fatto una parte essenziale dell’infrastruttura del dibattito democratico.

E come abbiamo visto durante le elezioni americane del 2020, queste piattaforme possono influenzare in modo significativo il modo in cui le informazioni circolano.

In Europa la dinamica è diversa.

Qui il problema non nasce tanto dalle piattaforme quanto dalla regolazione pubblica.

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha prodotto una quantità impressionante di normative sull’ecosistema digitale: il GDPR, il Digital Services Act, l’AI Act, le nuove direttive sulla responsabilità dei prodotti digitali.

Nessuna di queste norme, presa singolarmente, appare necessariamente liberticida. Molte nascono con intenzioni comprensibili: proteggere i cittadini, limitare abusi, rendere lo spazio digitale più sicuro. Ma il loro effetto cumulativo è quello di determinare uno spazio informativo sempre più amministrato.

Tanti sono gli episodi che mostrano questa dinamica, dai numerosissimi arresti nel Regno Unito per post pubblicati su X o Facebook ritenuti offensivi o potenzialmente destabilizzanti per l’ordine pubblico. Al caso del pensionato tedesco che dopo aver dato del Pinocchio al Cancelliere Merz
accompagnando il post con una un’emoji con il naso lungo è stato indagato dalla polizia criminale per insulto, ai sensi di una norma recentemente introdotta che tutela le figure politiche.

Se guardiamo alle due sponde dell’Atlantico vediamo quindi due dinamiche diverse:
negli Stati Uniti il problema emerge soprattutto dal potere delle piattaforme private; in Europa emerge più spesso dalla regolazione pubblica.

Ma queste differenze sono solo la superficie.

Sotto di esse ci sono alcune cause più profonde che riguardano il modo in cui le nostre società pensano la libertà.

Le cause

La prima causa è culturale.

La libertà di parola sopravvive solo se una società la considera un valore fondamentale, qualcosa che vale la pena difendere anche quando produce risultati sgradevoli.

Oggi invece la libertà di parola è importante…però.

Non per le fake news. Non per i discorsi d’odio. Non per ciò che può destabilizzare la società.

Il problema è che quando una libertà viene costantemente subordinata a una causa superiore, quella libertà smette lentamente di essere una vera libertà.

Questo cambiamento culturale è legato anche alla secolarizzazione delle società europee.

La tradizione occidentale aveva posto al centro la dignità e la libertà dell’individuo, radicandole nella tradizione cristiana e nella cosiddetta regola d’oro: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Nel linguaggio laico questa idea è stata tradotta nel principio libertario di non aggressione: nessuno ha il diritto di iniziare l’uso della forza contro persone pacifiche, la loro persona o la loro proprietà. Val la pena ricordare, nel centenario della nascita di Murray Rothbard che il libertarismo non è una politica ma un’etica sociale, ovvero definisce l’uso legittimo della forza in un contesto sociale.

Qui emerge una differenza importante tra Europa e Stati Uniti.

In America questa tradizione libertaria è profondamente radicata nella cultura politica e nella dichiarazione d’indipendenza. In Europa invece la progressiva perdita dei valori cristiani non è stata puntellata da un’etica libertaria altrettanto forte.

La seconda causa è politica.

Negli ultimi decenni le democrazie occidentali sono diventate progressivamente più statalizzate.

Lo Stato interviene sempre di più nell’economia, nella sicurezza, nel welfare, nella tecnologia e nell’informazione.

E quando il potere politico diventa più centrale nella vita economica e sociale, il controllo del dibattito pubblico diventa inevitabilmente più importante.

Friedrich Hayek lo aveva già osservato molti anni fa: il rischio per la libertà non dipende tanto dalle cattive intenzioni dei governanti, ma dalla quantità di potere che il sistema istituzionale mette nelle loro mani.

Questo si traduce inevitabilmente nel desiderio di influenzare la narrativa pubblica e il modo in cui le persone percepiscono la realtà.

Non è un caso che proprio i social network, di cui abbiamo sottolineato l’importanza nella capacità di influenzare il dibattito pubblico,  siano diventati il terreno di confronto tra potere politico e potere privato dei colossi big tech che capitalizzano quanto il PIL di uno stato. 

E il paradosso è che quella legislazione favorevole (la Section 230 del Communications Decency Act) che ha consentito la crescita esplisiva dei social è diventata strumento di ricatto e di pressione del potere politico che ha creato opachi intrecci tra pubblico e privato. E questo vale anche per i media tradizionali.

Non siamo ancora nel mondo descritto da Orwell, dove lo Stato controlla direttamente l’informazione. Viviamo in un sistema più complesso, in cui lo spazio informativo è mediato da grandi infrastrutture private che dialogano continuamente con il potere pubblico.

Quando la coercizione non fa rumore

A questo punto però vorrei fare un passo ulteriore che ho approfondito nel mio libro “Prima del Contatto” dove ho provato a proporre una teoria austrolibertaria dell’abbondanza nell’era dell’Intelligenza Artificiale e della robotica e le sue implicazioni sulla libertà di espressione.

Finora infatti abbiamo parlato di regolazione, di piattaforme, di libertà di espressione.
Ma l’avvento dell’intelligenza Artificiale cambia profondamente la natura del controllo.

Perché il problema non è più in chi decide cosa si può o non si può dire, ma in chi progetta l’ambiente in cui prendiamo le nostre decisioni.

Perché infatti siamo abituati a riconoscere la coercizione quando è visibile.
Ma il mondo che si sta formando funziona sempre meno così. Il potere raramente dirà: non puoi”. Molto farà qualcosa di diverso. Ti suggerirà che una scelta è più sicura. Ti proporrà alcune opzioni come più affidabili. Ti mostrerà certi contenuti prima di altri. In pratica manipolerà le tue decisioni.

Formalmente resti libero.

Ma l’ambiente in cui prendi decisioni è stato progettato da qualcun altro.

Ed è qui che l’intelligenza artificiale cambia profondamente le cose. Perché l’AI è uno strumento perfetto per progettare questi ambienti.

Può osservare milioni di comportamenti. Può anticipare le reazioni. Può adattare in tempo reale ciò che vediamo e ciò che non vediamo.

A quel punto la coercizione non è più un evento. Diventa una condizione permanente.

Nel libro uso un’immagine semplice.

L’algoritmo non è un giudice. È un urbanista invisibile.

Non ti impedisce di muoverti. Ma decide come è costruita la città.

Tu resti libero di camminare. Ma cammini dentro un ambiente progettato da altri.

Questa forma di controllo è particolarmente compatibile con società che si percepiscono come libere, perché non nega mai esplicitamente la libertà. La svuota lentamente, trasformandola in una sequenza di scelte guidate. 

E qui emerge anche una questione teorica interessante.

Molte delle categorie con cui pensiamo l’economia e la libertà — nella tradizione austrolibertaria — sono nate in un contesto molto diverso. Un mondo dominato dalla scarsità. Risorse limitate, desideri infiniti. Il NAP nasce come strumento per limitare i conflitti in un mondo dominato dalla scarsità. Ma se la scarsità si riduce drasticamente? Non si riduce parallelamente la necessità dell’uso della forza fisica per aggredire l’individuo?

E se nessuno ti colpisce, se nessuno ti costringe con la violenza, vuoldire che allora sei libero.

E qui è l’errore perché la scarsità non scompare, cambia forma. E il bene scarso da proteggere diventa la sovranità cognitiva, la capicità di fare scelte consapevoli.

Il mondo che ci si presenta funziona sempre meno sul piano della forza fisica. Funziona sul piano della progettazione degli ambienti decisionali.

Qui non c’è una aggressione. Ci sono piccoli orientamenti. Qui non c’è un ordine esplicito. C’è una struttura che rende alcune scelte più probabili di altre.

Per questo credo che oggi il principio di non aggressione debba essere letto in modo più profondo.

Non basta più dire: non colpirmi”. Dobbiamo iniziare a dire anche:
non progettare sistemi che riducano sistematicamente la mia capacità di scegliere.

Perché la nuova grande disuguaglianza del XXI secolo potrebbe tra chi conserva la capacità di scegliere davvero e chi vive dentro ambienti di scelte solo apparentemente libere.

La nuova disuguaglianza invisibile 

Nel mondo che si sta formando, la disuguaglianza non si manifesta più soprattutto nella mancanza di beni.
I beni, in molti casi, sono abbondanti o facilmente riproducibili. Ciò che diventa scarso è l’accesso qualifcato. Non si tratta solo di poter usare una tecnologia, ma di come la si può usare. 

Alcune persone possono:
scegliere tra modelli diversi; combinare strumenti di fornitori differenti; capire, almeno in parte, come funzionano i sistemi che usano; disconnettersi senza essere espulse dalla vita economica e sociale. 

Altre persone, invece: dipendono da un’unica piattaforma; non possono verifcare le regole che le governano; subiscono cambiamenti improvvisi senza spiegazioni chiare; non hanno una vera possibilità di uscita. 

Formalmente, entrambi i gruppi sono “liberi”. Praticamente, vivono in mondi molto diversi. 

Una prima linea di frattura è la visibilità.

In un ambiente mediato da algoritmi, essere visibili non è automatico. È il risultato di criteri che non controlli: ranking, punteggi, a$dabilità stimata, conformità a standard impliciti.  Puoi continuare a esistere, parlare, produrre — ma diventare progressivamente irrilevante. 

Una seconda linea di frattura è la reversibilità. 

Chi è realmente libero può permettersi di sbagliare, di cambiare idea, di uscire da un sistema senza pagare un prezzo sproporzionato. Chi non lo è, impara rapidamente a conformarsi. Non per convinzione, ma per prudenza.  In questo senso, la dipendenza non è sempre evidente.
Spesso si manifesta come autocensura preventiva, come rinuncia silenziosa a opzioni che “tecnicamente esistono”, ma che diventano troppo costose da esercitare. 

La terza linea di frattura è la disconnessione.

In una società sana, disconnettersi dovrebbe essere una scelta. In una società iper-mediata, può diventare una forma di esclusione.  Se per lavorare, muoverti, pagare, comunicare, curarti, devi passare da un’infrastruttura unica, allora quella infrastruttura non è più un servizio: è una condizione di esistenza sociale. 

E qui emerge la nuova disuguaglianza fondamentale: non tra chi ha di più e chi ha di meno, ma tra chi può ancora negoziare le condizioni del proprio accesso e chi no. 

Questa disuguaglianza è difficile da vedere perché non è drammatica. Non produce immagini forti. Non genera immediatamente indignazione. Ma è profonda, perché incide sulla capacità stessa di orientare la propria vita. 

In un mondo del genere, la libertà non viene tolta in blocco. Viene scomposta, distribuita in modo asimmetrico, resa dipendente da parametri tecnici. 

Il rischio sistemico

E qui entra in gioco un altro elemento molto importante, soprattutto dal punto di vista politico.

Gli Stati hanno sempre avuto una forte tentazione: usare la tecnologia per aumentare il proprio potere. E l’intelligenza artificiale è probabilmente lo strumento più potente mai esistito per farlo.

L’intelligenza artificiale inoltre tende naturalmente alla concentrazione. Serve una enorme quantità di energia, di dati, di capacità computazionali. Servono capitali giganteschi. Il risultato è che il settore tende a concentrarsi in pochissimi grandi player.

Ed è qui che si amplifica il rischio di quella forma degenerata di capitalismo, chiamato capitalismo di relazione, che abbiamo già visto in opera nella collusione tra pubblico e privato per la gestione dei social network.

Una relazione sempre più stretta tra grandi piattaforme private e potere pubblico. Un rapporto che può diventare una alleanza molto pericolosa.

Perché da una parte lo Stato ha il potere di regolazione. Dall’altra le piattaforme hanno il potere tecnologico. E ciascuno dei due può diventare ricattabile dall’altro.

Negli Stati Uniti, ad esempio, vediamo già il tentativo di utilizzo da parte dello stato di modelli di IA. Un caso recente è quello di Anthropic, minacciata di vedere cancellati tutti i contratti pubblici se non fornisce totale accesso ai suoi modelli per qualsivoglia utilizzo da parte del governo e del Dipartmento delle Difesa.

E non c’è nulla di sorprendente in questo. È esattamente ciò che gli Stati hanno sempre fatto con le tecnologie strategiche. Solo che ora è enormemente più pericoloso perché accade con una tecnologia capace di influenzare informazione, conoscenza e decisioni.

Il rischio è che si formi un sistema in cui pochi attori tecnologici e pochi centri di potere pubblico definiscono l’ambiente cognitivo in cui vivono miliardi di persone.

E qui l’Europa si trova in una posizione paradossale.

Da un lato è molto attiva nella regolazione. Dall’altro è quasi completamente assente tra i grandi sviluppatori di AI. Rischiamo quindi una situazione curiosa: regolare un settore in cui non abbiamo quasi nessun protagonista.

E nel farlo potremmo involontariamente rafforzare proprio quella combinazione tra concentrazione tecnologica e potere politico che dovrebbe preoccuparci di più.

Conclusione 

Se vogliamo che l’Occidente superi questa crisi, dobbiamo scegliere tra due architetture: l’AI come guinzaglio, che rende le persone più facili da guidare, o come esoscheletro, che rende gli individui più capaci e più autonomi.

Dobbiamo pretendere il pluralismo etico dei modelli: voglio poter scegliere un’AI che abbia una bussola morale libertaria, centrata sui diritti individuali, e non solo una allineata all’equità collettiva imposta da un ufficio di Bruxelles o di Washington. Voglio poter avere una opt out e non avere kill switch nascosti. 

Perché la libertà di parola è, in ultima istanza, la libertà di pensare. E senza sovranità sulla propria mente, l’abbondanza tecnologica non sarà una liberazione, ma una gabbia molto confortevole.