L’ascesa di Alex Honnold sul Taipei 101, senza corde e senza possibilità di errore, è stata qualcosa di più di un’impresa sportiva. È stata un’esperienza collettiva di tensione, un’ora e mezza di panico intermittente, un esperimento estremo non solo di arrampicata ma di televisione, di psicologia e di morale pubblica. Guardarlo salire, sapendo che una sola distrazione avrebbe significato la morte, ha messo milioni di spettatori davanti a una domanda scomoda: perché alcuni uomini fanno queste imprese, e perché noi non riusciamo a distogliere lo sguardo?
Perché alcuni uomini fanno queste imprese
La spiegazione più semplice – e la più superficiale – è il gusto per il rischio. Ma nel caso di Honnold questa chiave è insufficiente. Chi lo ha seguito negli anni sa che non si tratta di un incosciente in cerca di adrenalina. Al contrario: è un ossessivo del controllo, della preparazione maniacale, della riduzione del rischio fino al minimo tecnicamente possibile. Paradossalmente, il free solo non è una celebrazione del pericolo, ma un tentativo di eliminarlo attraverso la perfezione.
Per alcuni uomini (e più raramente donne, per ragioni culturali prima che biologiche) l’impresa estrema è una forma di linguaggio. È un modo di dire: io esisto, io posso, io mi assumo la responsabilità totale di ogni conseguenza. In un mondo iper-regolato, assicurato, mediato e protetto, il corpo che si espone senza rete diventa un atto radicale di sovranità individuale. Non è fuga dalla morte, ma accettazione lucida della sua possibilità.
In questo senso, l’impresa non è suicidaria ma esistenziale. È una domanda posta al mondo: fino a che punto posso essere padrone di me stesso?
Perché siamo rapiti da queste imprese
Se chi sale lo fa per affermare un dominio su di sé, chi guarda lo fa per ragioni più ambigue. Guardiamo perché il rischio ci scuote. Perché rompe la monotonia anestetizzata della nostra esperienza quotidiana. Perché, anche se non lo ammettiamo, una parte di noi è attratta dal bordo dell’abisso.
C’è qualcosa di antico in questa attrazione. È la stessa che spingeva le folle nelle piazze per assistere alle esecuzioni pubbliche, o nei circhi romani per vedere i gladiatori. Ma sarebbe un errore liquidare il tutto come semplice voyeurismo macabro. Il punto non è solo vedere qualcuno rischiare di morire, ma vedere qualcuno affrontare ciò che noi evitiamo sistematicamente: l’irreversibilità.
In un’epoca in cui tutto è reversibile, modificabile, annullabile (un contratto, una relazione, un’identità online), l’atto irreversibile esercita un fascino ipnotico. Guardando Honnold, lo spettatore sente – anche solo per un istante – il peso reale delle conseguenze. Ed è per questo che l’esperienza è così stressante: perché non è una finzione, e non può esserlo.
Ha un senso educativo?
Qui la risposta non è un sì o un no netto. Dipende da cosa viene mostrato e da come viene raccontato.
Se l’impresa viene ridotta a puro spettacolo del rischio, allora il messaggio educativo è nullo o persino tossico: l’idea che il valore di un’azione cresca proporzionalmente alla probabilità di morire. In questo caso, il confine con il freak show vittoriano evocato da Stuart Heritage è reale e pericoloso.
Ma se l’attenzione si sposta dal pericolo alla disciplina, dalla caduta possibile alla preparazione invisibile, allora l’impresa può avere un valore profondamente educativo. Honnold non insegna a rischiare: insegna a conoscere i propri limiti, a studiarli, a rispettarli, e solo allora – forse – a superarli. Insegna che la libertà assoluta non è improvvisazione, ma responsabilità portata all’estremo.
I valori esaltati dall’impresa
Questa impresa esalta valori che oggi sono quasi controculturali:
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Responsabilità individuale totale: non c’è assicurazione, non c’è rete, non c’è nessun altro da incolpare.
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Merito reale: o sei capace, o cadi. Non esistono scorciatoie narrative.
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Disciplina e preparazione: ciò che vediamo è l’ultimo atto di anni di lavoro invisibile.
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Coraggio non teatrale: non l’urlo, ma il silenzio. Non la sfida al mondo, ma alla gravità.
Sono valori che disturbano una società abituata a distribuire il rischio, a diluirlo, a socializzarlo.
Rapporto tra risultato e rischio
Ed eccoci al punto più delicato: il risultato giustifica il rischio?
Oggettivamente, il “risultato” è simbolico. Nessuna utilità pratica, nessun beneficio collettivo immediato. Ma il rischio è assoluto. Questo squilibrio è ciò che rende l’impresa controversa. Tuttavia, dal punto di vista di chi compie l’azione, il risultato non è arrivare in cima: è il modo in cui ci arriva. Il valore non è nel traguardo, ma nella coerenza perfetta tra mezzo e fine.
Il problema nasce quando questo patto intimo viene trasformato in intrattenimento di massa. Perché allora il rischio non è più solo dell’atleta, ma anche dello spettatore, che viene coinvolto emotivamente in una possibile tragedia. È qui che la televisione deve fermarsi a riflettere.
Conclusione
L’impresa di Alex Honnold è straordinaria, autentica e, nel suo nucleo, profondamente umana. Ma la sua trasmissione in diretta apre una questione etica nuova: fino a che punto è legittimo trasformare la possibilità di morte in spettacolo?
Forse queste imprese hanno senso solo se restano rare, quasi sacre. Non serializzabili, non replicabili, non ottimizzabili per il palinsesto. Perché nel momento in cui il rischio diventa format, smette di insegnarci qualcosa sulla libertà e comincia a dirci qualcosa di inquietante su noi stessi.
Aurelio Mustacciuoli
