Osama Najeem Almasri, ex comandante del carcere libico di Mitiga, è stato condannato a Tripoli a 7 anni e 4 mesi di reclusione per violazione dei diritti dei detenuti. La sentenza segue indagini della Procura generale libica avviate in seguito a segnalazioni di violenze e maltrattamenti nei confronti di detenuti, inclusa la morte di uno di loro ritenuta dagli inquirenti conseguenza di maltrattamenti. Almasri perde anche la capacità giuridica e i diritti civili per la durata della pena e per un ulteriore anno.
Almasri era stato arrestato in Italia a Torino nel gennaio 2025 in esecuzione di un mandato della Corte penale internazionale (Cpi), che lo accusava di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale commessi dal 2015 nel carcere di Mitiga. Tuttavia, la Corte d’appello di Roma non convalidò l’arresto e l’ex comandante fu rimpatriato in Libia su decisione del governo italiano, motivata da ragioni di sicurezza ma contestata da opposizioni, ong e dalla stessa Cpi.
Il carcere di Mitiga, controllato negli anni da forze legate al dispositivo di sicurezza di Tripoli (Forze di Deterrenza – Rada), è stato più volte citato da organismi internazionali e associazioni per i diritti umani come luogo simbolo di detenzioni arbitrarie, abusi e difficoltà di esercitare un controllo giudiziario effettivo sulle carceri libiche.
La condanna libica viene presentata dalle autorità come segnale di capacità del sistema giudiziario nazionale di affrontare le accuse, ma per la Cpi resta aperta la questione della cooperazione giudiziaria, dato che il mandato internazionale riguarda un quadro di crimini ritenuto più ampio. Human Rights Watch ha sottolineato che la Libia rimane obbligata a collaborare con la Corte penale internazionale in base al rinvio della situazione da parte del Consiglio di Sicurezza Onu del 2011. Attualmente, la Cpi mantiene la competenza nel valutare se il procedimento libico risponda ai criteri di genuinità e copra effettivamente i fatti contestati.
