La deputata democratica Becca Balint ha raccontato alla CNN di aver assistito a una minimizzazione dell’antisemitismo da parte di un collega della Camera, che avrebbe affermato che ‘non c’è più antisemitismo perché tutti gli ebrei sono ricchi’. Questo episodio si inserisce in un clima di crescente disagio tra esponenti ebrei del Partito Democratico, i quali temono che le campagne di base stiano diventando sempre più ostili verso Israele e verso chi sostiene il diritto di esistere dello stato ebraico.
Balint ha riferito di essere rimasta profondamente colpita dopo aver visto il senatore della California Scott Wiener subire contestazioni da parte di attivisti anti-Israele per il suo sostegno a Israele e per le sue origini ebraiche. Pur avendo criticato l’operato del governo israeliano e sostenuto la causa palestinese, Balint ha espresso il timore che anche alcuni suoi sostenitori possano rivolgersi contro di lei per il suo fermo appoggio al diritto di Israele a una patria.
Altre figure pubbliche condividono lo stesso sentimento. Il controllore di New York Mark Levine ha affermato che la questione di Israele sembra diventata un ‘test politico’ per i Democratici ebrei, anche quando questi mostrano critica verso il governo israeliano. Secondo Levine, parlare di qualsiasi argomento, come ad esempio alloggi a prezzi accessibili, rischia comunque di essere ricondotto al tema di Israele.
Il deputato del Michigan Noah Arbit ha dichiarato alla CNN che l’antisemitismo si manifesta talvolta sotto la forma di critiche a Israele e ha messo in dubbio la possibilità di continuare a identificarsi con il Partito Democratico, visto l’atteggiamento ostile che percepisce nei confronti delle persone ebraiche all’interno della base.
Queste preoccupazioni evidenziano una crescente frattura interna nel Partito Democratico riguardo al trattamento degli esponenti ebrei e alla posizione su Israele.
