Dopo quasi 25 anni si è conclusa la lunga disputa legale tra Tim e il governo italiano riguardante il canone di concessione pagato nel 1998. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della presidenza del Consiglio dei Ministri, rendendo definitiva la sentenza della Corte d’Appello di Roma dell’aprile 2024. Questa decisione stabilisce che il canone, di poco superiore ai 500 milioni di euro, debba essere restituito a Tim, insieme agli interessi maturati e alla rivalutazione, per un totale che supera un miliardo di euro. Tim aveva già incassato la somma a luglio, grazie alla cartolarizzazione del credito con Unicredit e Santander. L’operazione non inciderà negativamente sui conti pubblici, poiché esiste un fondo di oltre 2,2 miliardi di euro istituito per far fronte a questi tipi di contenziosi. Il rimborso rafforza la posizione finanziaria del gruppo, offrendo la possibilità di valutare progetti come il riacquisto e l’annullamento delle azioni di risparmio, misura che potrebbe alleggerire la struttura societaria. La vicenda risale all’anno successivo alla liberalizzazione del settore, quando la finanziaria introdusse per gli operatori delle telecomunicazioni il pagamento di un contributo obbligatorio basato sul fatturato, sostituendo il vecchio canone di concessione. Tim contestò questa decisione davanti al Tar del Lazio, che nel 2000 rinviò la questione alla Corte di Giustizia europea. Nel 2008, la Corte europea stabilì che il canone non era dovuto. Tuttavia, i successivi ricorsi presentati da Tim al Tar del Lazio nel 2003 e poi al Consiglio di Stato non ebbero esito favorevole. La decisione definitiva è arrivata solo ora, a seguito dell’ultimo ricorso presso la Corte d’Appello.