Donald Trump ha recentemente avanzato la proposta di nazionalizzare il processo di voto negli Stati Uniti per evitare la perdita della maggioranza nelle Camere durante le prossime elezioni di midterm e per scongiurare il rischio di impeachment. Questa iniziativa nasce dalla preoccupazione dell’ex presidente per i risultati sfavorevoli nei sondaggi, scesi sotto il 40%, e per le recenti vittorie dei democratici, tra cui quella nel Texas, dove un candidato dem ha vinto in un distretto precedentemente a favore dei repubblicani.

Durante una conversazione con il podcaster conservatore Dan Bongino, Trump ha nuovamente sostenuto che le elezioni del 2020 sarebbero state irregolari e ha invitato i repubblicani a ‘prendere il controllo’ del voto in almeno quindici Stati. Tuttavia, la Costituzione americana affida la gestione delle elezioni ai singoli Stati, con un sistema decentralizzato gestito da funzionari locali.

La proposta si inserisce in una strategia più ampia che include il tentativo di creare un archivio nazionale degli elettori, con il Dipartimento di Giustizia che ha richiesto agli Stati, come il Minnesota, la consegna degli elenchi elettorali. Inoltre, a marzo Trump ha firmato un ordine esecutivo per introdurre nuovi requisiti, tra cui la prova della cittadinanza per votare e la ricezione di tutte le schede per corrispondenza entro la chiusura dei seggi, misure che sono state in parte respinte dai tribunali.

Sui social, Trump si è espresso contro il voto per corrispondenza e l’utilizzo delle macchine per il voto. Ha inoltre chiesto agli Stati repubblicani di ridisegnare i collegi elettorali per favorire il GOP, mentre anche alcuni Stati democratici hanno adottato strategie simili. Nel tentativo di dimostrare brogli nelle elezioni del 2020, Trump ha ordinato un’indagine in Georgia e, secondo quanto riportato, ha rimpianto di non aver incaricato la Guardia Nazionale di sequestrare le macchine elettorali dopo il voto.