L’Unione Europea sta valutando di bloccare l’aumento estivo del price cap dinamico sul petrolio russo, mantenendo il tetto attuale di circa 44 dollari al barile, anziché passare ai 65 dollari previsti da luglio. La proposta mira a rafforzare l’efficacia delle sanzioni contro Mosca e a contenere le ripercussioni della crisi di Hormuz. Il meccanismo dinamico, introdotto lo scorso anno dopo il G7, aveva sostituito il price cap fisso di 60 dollari, diventato meno incisivo con la discesa delle quotazioni. Negli ultimi mesi, i prezzi del petrolio sono risaliti fino a 95 dollari al barile, riportando in crescita anche i ricavi russi che ad aprile hanno raggiunto i 733 milioni di euro al giorno, nonostante la riduzione dei volumi esportati.
Secondo Bloomberg, la quota di petrolio russo nelle importazioni europee è scesa al 2,2% nel 2025, rispetto al 24% prima dell’invasione dell’Ucraina, con le residue forniture quasi esclusivamente destinate a Ungheria e Slovacchia tramite l’oleodotto Druzhba. In Italia, le importazioni di greggio russo sono marginali.
Al vaglio anche nuove restrizioni su banche, trader petroliferi, raffinerie e operatori di criptovalute di paesi terzi accusati di sostenere Mosca, mentre è poco probabile un divieto totale per i servizi marittimi. La Commissione europea non commenta sulle indiscrezioni relative al 21° pacchetto di sanzioni, concentrandosi sulle risposte alla crisi energetica legata alla situazione iraniana.
Resta aperto il dibattito sulle richieste italiane di escludere dal calcolo del deficit le spese per fronteggiare la crisi energetica, simili a quelle per la difesa. Tuttavia, la Commissione e fonti europee evidenziano la scarsa disponibilità a concedere deroghe e spingono per un maggiore utilizzo dei fondi di coesione e Next Generation EU, ancora disponibili per investimenti nella transizione energetica e nell’elettrificazione, richiesta avanzata soprattutto dalla Spagna.
