Fabio Lovino, inizialmente estraneo al mondo della fotografia, ha scoperto la passione per quest’arte grazie a un incontro universitario con Marco Bellocchio, organizzato dall’amico Antonio Manzini. Da questa esperienza nasce, dopo vent’anni di collaborazione con il regista, il documentario ‘Marco Bellocchio: La porta della Realtà’. Prodotto da Loft Produzioni e Reggatta Production, il film è stato presentato fuori concorso al Locarno Film Festival e sarà distribuito nelle sale italiane il 27 agosto da Lucky Red.
Nel documentario, Lovino approfondisce la figura umana e professionale di Bellocchio, raccontando il legame instaurato nel corso degli anni e le lezioni apprese dal regista. Il film raccoglie testimonianze di familiari, come la moglie Francesca Calvelli e i figli Elena e Pier Giorgio, oltre a collaboratori e amici tra cui Roberto Herlitzka, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni, Marco Tullio Giordana, Daniele Ciprì, Francesco di Giacomo e Giuseppe Lanci. Ognuno offre il proprio punto di vista e condividono emozioni personali legate a Bellocchio.
Lovino sottolinea come la componente principale del suo lavoro sia stata l’empatia, fondamentale per mettere a proprio agio chi si racconta davanti alla macchina da presa e favorire la spontaneità degli interventi. Nel film, Bellocchio si racconta senza filtri, intrecciando la sua vita privata al modo di fare cinema, mettendo in luce anche momenti difficili e imperfezioni, in un ritratto che ne valorizza la sincerità e la ricchezza umana.
Al centro della narrazione ci sono anche i temi ricorrenti nella filmografia del regista, come l’ossessione per il caso Moro e le Brigate Rosse, e l’influenza di attori come Volonté e Mastroianni, condivisa anche da Elio Petri. Lovino osserva che il tipo di cinema di Bellocchio, ricco di etica, politica e riflessione sociale, oggi è raro in Italia, fatta eccezione per pochi altri autori.
Il documentario offre anche spunti di riflessione sull’importanza di accettare le imperfezioni e di raccontare apertamente sia le gioie sia le sofferenze personali, come visto nelle testimonianze della famiglia di Bellocchio. Il regista si mostra generoso e riconoscente verso Lovino per aver realizzato l’opera, in cui emerge il valore emotivo e pedagogico del racconto familiare e personale.
