Kevin Warsh è stato nominato nuovo presidente della Federal Reserve, sostituendo Jerome Powell, ma quest’ultimo ha deciso di restare nel Board dei Governatori, contrariamente alla prassi. Questa mossa apre la possibilità che Powell, insieme ad altri membri nominati dall’amministrazione Biden (Philip Jefferson, Michael Barr e Lisa Cook), possa costituire una maggioranza capace di orientare la politica monetaria, anche in dissenso con Warsh. Secondo l’articolo, ciò rischia di creare un centro di potere parallelo che potrebbe spingere per una serie di rialzi dei tassi d’interesse, nonostante le condizioni economiche attuali rendano tale scelta discutibile.

Viene ricordato che, in casi analoghi passati come la crisi del petrolio del 1990 sotto Greenspan o nel 2008 sotto Bernanke, la Fed aveva scelto di abbassare i tassi per sostenere la crescita, riconoscendo che un aumento dei tassi in risposta a uno shock sull’offerta sarebbe stato dannoso. Gli attuali aumenti dei prezzi di beni energetici e alimentari agiscono di fatto come una tassa su famiglie e imprese. Un ulteriore rialzo dei tassi aggraverebbe la situazione, penalizzando settori vulnerabili come edilizia, industria e piccole imprese e rischiando di rafforzare il dollaro a scapito delle esportazioni. Nonostante alcuni dati sui prezzi alla produzione (PPI) superiori al previsto, l’inflazione core resta moderata e non giustifica misure drastiche.

La vera questione è se il rincaro del petrolio si tradurrà in aumenti salariali secondari e inflazione più estesa, fenomeni ancora troppo incerti. L’articolo sostiene che la Fed non dovrebbe irrigidire la politica monetaria solo per dimostrare indipendenza o reattività, ma mantenere stabile l’aspettativa d’inflazione e sostenere l’occupazione. In un contesto di rendimenti dei titoli di Stato già elevati e condizioni finanziarie restrittive, ulteriori rialzi dei tassi produrrebbero solo un doppio colpo all’economia: shock creditizio aggiunto a quello energetico. Secondo l’analisi, se Powell, i membri a lui vicini e i presidenti regionali optassero per una politica ancora più restrittiva, non difenderebbero la credibilità della Fed ma aggraverebbero rischi e costi per imprese, famiglie ed esportatori statunitensi.