Da quindici giorni, l’Iran è attraversato da proteste notturne, con manifestanti radunati soprattutto a Teheran, dove si sono registrati slogan come ‘Lunga vita allo Scià’. Secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana), il bilancio delle vittime è salito a 466 persone, inclusi 48 membri delle forze di sicurezza, mentre gli arresti hanno superato le 10.600 unità. Le manifestazioni sono nate a causa delle difficoltà economiche e si sono rapidamente estese con richieste di cambiamento politico, puntando anche alle dimissioni delle autorità religiose.

La repressione è stata particolarmente violenta: numerosi testimoni hanno riferito di uso massiccio di gas lacrimogeni, armi ad aria compressa e proiettili contro manifestanti e famiglie radunate per le cerimonie funebri di alcune vittime. Ad aggravare la situazione, è stato imposto un blackout di internet, che secondo il monitor Netblocks dura da oltre 60 ore, ostacolando la diffusione di informazioni all’interno e all’esterno del Paese.

Le autorità iraniane attribuiscono la responsabilità delle proteste agli Stati Uniti, denunciando presunte ingerenze esterne. Il comandante della polizia nazionale iraniana, Sardar Radan, ha dichiarato un aumento del livello di scontro con i rivoltosi e l’arresto di quelli definiti ‘principali elementi dei disordini’. Allo stesso tempo, il procuratore generale ha minacciato i manifestanti di pena di morte, mentre fonti informate riportano richieste di circa 6.000 dollari alle famiglie delle vittime per il rilascio delle salme.

Tra le vittime si conta la giovane studentessa curda Rubina Aminian, colpita a Teheran. Diverse testimonianze raccolte da media internazionali descrivono scontri violenti nelle strade, con ospedali in condizioni caotiche e molta difficoltà per i feriti a ricevere cure.

Dal fronte internazionale, gli Stati Uniti si sono dichiarati pronti ad aiutare il movimento di protesta, mentre il presidente del Parlamento iraniano ha ribadito che eventuali attacchi statunitensi comporterebbero una risposta contro Israele e basi americane nella regione. In Israele, il premier Netanyahu ha espresso sostegno ai manifestanti iraniani, augurandosi che in futuro i rapporti tra i due Paesi possano normalizzarsi.

Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, ha lanciato un appello ai cittadini a non abbandonare le strade, affermando che la loro mobilitazione sta indebolendo il regime. La magistratura iraniana, per bocca di Ali Larijani, ha invitato a distinguere tra proteste pacifiche e rivolte, promettendo fermezza contro chi genererebbe insicurezza. Intanto, prosegue l’ondata di proteste, che secondo i gruppi per i diritti umani rischiano di provocare ancora molte vittime.