L’articolo esamina le recenti critiche di Donald Trump alla NATO, definita una ‘tigre di carta’, e affronta il dibattito sulla reale efficacia dell’alleanza in seguito agli ultimi sviluppi geopolitici. L’autore, con esperienza diretta durante la Guerra Fredda come ufficiale dell’esercito statunitense e stratega al Pentagono, osserva come la NATO abbia perso nel tempo la chiarezza di missione e stia pagando il prezzo delle scelte fatte dopo la fine del conflitto con l’URSS. Nell’occasione della crisi dello Stretto di Hormuz, Stati Uniti hanno chiesto il sostegno degli alleati NATO per garantire la sicurezza di un passaggio strategico per il petrolio mondiale, trovando però una risposta fredda da parte dei partner europei: il ministro della difesa tedesco ha dichiarato che non si trattava di una loro guerra, mentre la Spagna ha negato l’uso di basi e spazi aerei. Questi episodi sottolineano una mancanza di reciprocità tra gli Stati Uniti e i partner europei, i quali beneficiano delle garanzie di sicurezza fornite dalla NATO senza ricambiare in modo proporzionato.

L’espansione dell’alleanza, da dodici a trentadue membri, è stata per molti più simbolica che militare, con paesi che contribuiscono poco in termini di forze dispiegabili e si uniscono essenzialmente per motivi politici. Solo gli Stati Uniti coprono circa il 62% della spesa totale della NATO e, nel 2014, solo tre paesi hanno rispettato l’impegno di investire almeno il 2% del PIL in difesa, anche se ora tutti puntano formalmente a raggiungere questo obiettivo o quello del 5% entro il 2035. La costante pressione statunitense ha portato qualche progresso, ma l’autore avverte che impegni assunti sotto pressione rischiano di venir meno appena la situazione si rilassa.

Inoltre, l’impegno degli USA in Ucraina con quasi 67 miliardi di dollari dall’inizio della guerra viene citato come esempio emblematico di uno sbilanciamento nel contributo alla sicurezza europea. L’articolo sottolinea che la risposta della NATO nelle varie crisi non mette alla prova solo la lealtà degli alleati, ma anche la loro effettiva volontà di agire come partner e non semplici beneficiari.

Secondo l’autore, un eventuale ritiro degli USA dall’alleanza segnerebbe un successo strategico per la Russia e metterebbe in discussione la credibilità delle garanzie offerte in Asia, ma non è il modo giusto di affrontare le criticità dell’alleanza. Si suggerisce di rivedere con severità gli standard di adesione e il principio dell’unanimità, introducendo criteri più stringenti per la contribuzione militare effettiva e per la possibilità di adottare decisioni e azioni vincolanti tra i membri realmente capaci e disponibili.

Si conclude che la sopravvivenza della NATO richiede scelte chiare: o i membri europei assumono un ruolo attivo e credibile, o gli Stati Uniti dovranno riflettere sul reale beneficio di mantenere impegni a senso unico.