L’autore riflette sulla pervasività dell’intelligenza artificiale (IA) nelle nostre vite, interrogandosi sul suo ruolo rispetto alla fede e alle pratiche spirituali. Ai giorni nostri, molte voci digitali invitano a essere seguite, proprio come nei testi religiosi si invita a seguire Gesù. L’IA offre l’immediatezza nella ricerca di versetti biblici e risposte spirituali, facilitando l’accesso alle Scritture senza mediazioni umane. Tuttavia, questa comodità comporta il rischio di perdere l’esperienza della comunità, elemento centrale della vita di fede, che si arricchisce nella condivisione con altri credenti e nei momenti di confronto, in presenza o anche tramite incontri online.

L’autore evidenzia come, nel tempo, il modo di trasmettere i contenuti di fede sia cambiato: da una trasmissione orale e scritta manualmente, fino all’invenzione della stampa e alle traduzioni delle Sacre Scritture in lingue accessibili a tutti. L’IA rappresenta così un’ulteriore tappa evolutiva dei mezzi di comunicazione spirituale. Nonostante ciò, esprime preoccupazione per l’impatto che la tecnologia, e in particolare l’IA, sta avendo sulla memoria, osservando come l’affidarsi agli strumenti digitali abbia portato a perdere alcune capacità, come ricordare numeri di telefono, rendendo la dipendenza dal telefono sempre più forte.

L’autore si interroga anche su cosa penserebbe Gesù dell’IA, osservando che, sebbene questa tecnologia possa sembrare onnisciente, può anche errare o riflettere pregiudizi presenti nei dati con cui viene alimentata. Gesù, secondo l’autore, comprenderebbe il potenziale dell’innovazione ma riconoscerebbe una dimensione mistica e spirituale che nessuna IA può sostituire, come dimostra il fatto che alle domande sull’anima l’IA risponde di non esserne programmata.

Infine, viene proposto il valore del distacco temporaneo dalla tecnologia, anche solo per pochi minuti al giorno, per riscoprire la profondità della spiritualità e ascoltare con più attenzione la propria fede, al di là di qualsiasi mediazione digitale.