Le proteste in Iran stanno vivendo una repressione particolarmente violenta da parte delle forze di sicurezza, con un numero crescente di vittime e feriti. Secondo un rapporto citato dal The Sunday Times e redatto da medici sul posto, sarebbero almeno 16.500 i manifestanti uccisi e oltre 330.000 i feriti dall’inizio delle proteste, ma si teme che il bilancio reale sia ancora più alto, a causa delle difficoltà di accesso alle strutture sanitarie e dell’interruzione quasi totale delle comunicazioni nel Paese.

La maggior parte delle vittime è sotto i 30 anni, evidenziando come la repressione colpisca soprattutto le giovani generazioni. L’agenzia Human Rights Activists News Agency (HRANA), invece, riporta un bilancio ufficiale di 3.919 morti, con quasi 9.000 decessi ancora in fase di verifica, 2.109 feriti gravi e oltre 24.000 persone arrestate. HRANA sottolinea che le cifre reali potrebbero essere molto più alte per via del blackout di internet.

Testimonianze di medici e cittadini fuggiti dal Paese denunciano modalità particolarmente brutali: snipers che mirano alla testa dei manifestanti, fucilate di massa e ferimenti sistematici agli occhi attraverso l’uso di armi a pallini. Si stima che, in una sola notte nella capitale, siano stati rimossi chirurgicamente più di 800 occhi, mentre circa 8.000 persone sarebbero state accecate in tutto il Paese. Il professor Amir Parasta, chirurgo iraniano-tedesco, ha parlato di un “nuovo livello di brutalità” e ha riferito che, a seguito della censura su internet, l’unico modo di comunicare è tramite terminali Starlink introdotti clandestinamente.

Parallelamente agli scontri di piazza, nel Paese è stato registrato un forte aumento delle esecuzioni: secondo fonti del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), nel 2025 sarebbero state eseguite 2.200 condanne a morte, mentre nei primi 18 giorni di gennaio 2026 si contano già 153 esecuzioni, con una media di oltre otto al giorno. La causa di questa escalation sarebbe una stretta decisa dalle autorità iraniane per reprimere il dissenso.

Il leader supremo iraniano, Ayatollah Ali Khamenei, in un discorso televisivo, ha attribuito la responsabilità delle morti ai manifestanti stessi, definendoli “soldati degli Stati Uniti” e sostenendo, senza prove, che fossero armati con munizioni straniere. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in un’intervista, ha smentito le cifre più alte sulle vittime, dichiarando che i decessi sarebbero solo alcune centinaia e parlando di “disinformazione”.

A livello internazionale, i Paesi del G7 hanno minacciato nuove sanzioni contro l’Iran per la repressione delle proteste. Negli Stati Uniti, l’ex presidente Donald Trump ha criticato duramente Khamenei, accusandolo della distruzione del Paese e dell’utilizzo di “una violenza mai vista prima”.