News 37147, Pantelleria 29/08/2025
Lo spunto per queste riflessioni nasce dal convegno del 28 agosto in sala consiliare, dedicato al lavoro che l’antropologo americano Anthony Galt svolse a Pantelleria tra il 1968 e il 1974.
Le ricerche di Galt restano un patrimonio prezioso: documentano la vita contadina prima della crisi agricola, l’uso sapiente delle piante selvatiche, le strategie di adattamento attraverso la frammentazione dei terreni, la precoce transizione demografica, e una relativa uguaglianza nella distribuzione della terra che distingueva Pantelleria dalla Sicilia occidentale. Sono tasselli fondamentali per comprendere un pezzo della nostra storia.
Tuttavia, sul nodo centrale del familismo, Galt prese posizione contro le tesi di Edward Banfield, politologo americano che nel 1958 aveva parlato di familismo amorale come causa dell’arretratezza del Sud Italia: l’idea che i meridionali agissero solo per il bene immediato della propria famiglia, incapaci di cooperare a livello collettivo. Galt contestò questa visione, sottolineando l’esistenza di istituzioni comunitarie come i circoli e il carnevale, che testimoniavano una vita sociale oltre la famiglia.
Eppure, la realtà pantesca appare più complessa.
È vero che, soprattutto nella società rurale dei primi del Novecento, accanto al familismo esistevano forme di cooperazione moderata. Ma non bastavano a superare la chiusura e la diffidenza reciproca. Né la visione di Banfield (troppo schematica), né quella di Galt (troppo indulgente) sembrano fotografare davvero Pantelleria. A mio avviso, l’isola è stata ed è ancora segnata da un’altra logica: quella dei clan. Non si tratta soltanto di famiglie nucleari concentrate su se stesse, ma di cordate, appartenenze e fazioni che hanno storicamente governato le relazioni sociali e politiche. Una dinamica che ha inciso profondamente anche sul governo dell’isola, vissuto come “roba loro”, proprietà esclusiva di chi appartiene a certi giri, con diffidenza verso l’apporto esterno di competenze e professionalità. Questa logica di clan ha generato tre effetti principali:
1. Isolazionismo interno – Orgoglio, pregiudizio e invidia hanno limitato la collaborazione tra contrade e gruppi sociali.
2. Diffidenza verso l’esterno – Pantelleria si è chiusa a contributi di competenze esterne, oscillando tra presunzione e senso di inadeguatezza.
3. Mancanza di pragmatismo economico – Al posto di una società aperta al libero mercato e alla cooperazione, si è affermata una gestione autoreferenziale che ha frenato la crescita e l’integrazione con il mondo esterno.
Pantelleria, dunque, non è semplicemente un esempio del familismo amorale di Banfield, né un caso di comunità che supera quell’etichetta, come voleva Galt. È piuttosto un’isola dove la logica dei clan ha reso fragile la cooperazione sociale e ha rallentato il cammino verso uno sviluppo fondato su apertura, specializzazione e pragmatismo. Riflettere oggi su queste dinamiche non significa negare l’identità e l’orgoglio pantesco, ma riconoscere i limiti di una cultura sociale che rischia di trasformare in isolamento ciò che potrebbe essere una straordinaria ricchezza: la capacità di aprirsi, dialogare e costruire insieme il futuro dell’isola.