Recenti ricerche osservazionali suggeriscono che le abitudini alimentari a lungo termine possono incidere sul rischio di sviluppare il morbo di Parkinson, sull’età di insorgenza e sull’intensità dei sintomi. In particolare, la dieta mediterranea e quella MIND, ricche di cereali integrali, verdure (soprattutto a foglia verde), frutta secca, legumi, bacche, pesce e olio d’oliva, sono associate a un rischio più basso e a una malattia potenzialmente più lieve. Tali regimi alimentari apportano antiossidanti e nutrienti anti-infiammatori, favorendo la salute dei neuroni e il buon flusso sanguigno al cervello.

Cibi ricchi di flavonoidi, come mirtilli, fragole, mele, tè e vino rosso (consumato con moderazione), sono anch’essi collegati a un rischio ridotto, con i pigmenti delle bacche rosse e viola che mostrano benefici costanti grazie alle loro proprietà antiossidanti e anti-infiammatorie. Il consumo regolare di caffè e tè ha mostrato un’associazione con un rischio inferiore di Parkinson, sebbene non sia stata dimostrata una relazione diretta di causa-effetto. La caffeina potrebbe proteggere le cellule cerebrali attraverso il blocco di un recettore specifico, con effetti più evidenti negli uomini.

Anche una maggiore presenza di acidi grassi omega-3, provenienti da pesci grassi (come salmone, sardine, sgombro), noci e semi di lino, sembra correlata a un minor rischio e a una migliore salute neuronale. Una dieta ricca di fibre e alimenti fermentati (yogurt, kefir, crauti, kimchi) potrebbe supportare la diversità della flora intestinale; le alterazioni a livello digestivo, come la stitichezza, possono infatti precedere la diagnosi di Parkinson.

Per quanto riguarda i cibi legati a un rischio maggiore, il consumo abituale di latte (più di altri prodotti caseari come formaggi o yogurt) è stato associato a un aumento moderato del rischio di Parkinson, specie fra gli uomini. L’assunzione elevata di alimenti ultra-processati è stata collegata a maggiori probabilità di sintomi precoci della malattia, mentre l’esposizione alimentare a determinati pesticidi (come paraquat e rotenone) figura tra i più forti fattori di rischio ambientali. Tuttavia, la maggior parte del rischio da pesticidi deriva da esposizione lavorativa, secondo gli studi. Consumi elevati di grassi saturi e carni rosse o lavorate risultano associati a un incremento del rischio, anche se l’evidenza sia meno solida rispetto ad altri fattori.

Gli esperti sottolineano che tutte queste associazioni derivano da studi osservazionali e che altri stili di vita come esercizio fisico, qualità del sonno e stimolazione cognitiva giocano un ruolo fondamentale. L’alimentazione va pertanto considerata in un contesto più ampio di prevenzione e gestione della malattia.