La vicenda del traghetto Cossyra tolto a Pantelleria e sostituito con il vetusto Pietro Novelli non è un episodio isolato. È solo l’ennesimo tassello di un quadro più ampio e profondamente preoccupante, che riguarda le due infrastrutture vitali di un’isola: trasporti ed energia.
Come raccontato da Giuliana Raffaelli su Pantelleria Internet, mentre altrove si migliorano i collegamenti, a Pantelleria arrivano le navi scartate, con standard che definire minimi sarebbe già un complimento. Ma lo stesso schema si ripete nei cieli.
Anche i trasporti aerei, fondamentali soprattutto nei mesi invernali, non versano in condizioni felici: aerei vecchi, flotta ridotta, interventi tecnici frequenti, ritardi, cancellazioni, incertezze che ormai fanno parte della normalità. Per chi vive sull’isola — studenti, lavoratori, malati, famiglie — spostarsi non è una libertà ma una scommessa.
E come se non bastasse, c’è il paradosso più grave e meno raccontato: l’energia elettrica.
Pantelleria nel 2025 è ancora ostaggio di una centrale elettrica che fornisce energia a intermittenza, con continui stop, cali di tensione, blackout più o meno lunghi. Un problema che incide sulla vita quotidiana, sulle attività economiche, sul turismo, sui servizi essenziali. Un’isola moderna non può funzionare a singhiozzo, né sul mare, né in cielo, né nella rete elettrica.
Trasporti ed energia non sono optional, non sono “servizi migliorabili quando ci saranno i fondi”.
Sono le fondamenta stesse della vita su un’isola.
Richiederebbero interventi strutturali, programmazione seria, visione di lungo periodo, non soluzioni tampone e rattoppi.
E qui emerge la verità più amara: negli ultimi anni a Pantelleria si sono spesi molti soldi pubblici. Ma i cittadini non se ne accorgono.
Non si vedono nei servizi,
non si vedono nella qualità dei collegamenti,
non si vedono nella sicurezza energetica,
non si vedono nella quotidianità di chi vive qui tutto l’anno.
Il commento finale (che nessuno vuole fare)
Di fronte a questo quadro, l’amministrazione fa spallucce e rifiuta qualsiasi responsabilità politica.
Un assessore, in modo informale, ha liquidato la questione invitando a “essere realistici e tenere i piedi per terra”: i fondi — dice — arrivano tramite bandi specifici, non possono essere usati per le priorità individuate dall’amministrazione, possono solo essere “gestiti bene”.
Ed è qui che il discorso diventa politico, nel senso più profondo del termine.
Perché questo è il paradosso dell’Europa e della burocrazia che governa i territori: si tassano i cittadini, si finanziano opere costose che nessuno ha chiesto, ma si negano o si rimandano all’infinito le infrastrutture essenziali che un buon padre di famiglia metterebbe al primo posto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: territori che affondano lentamente, amministrazioni che dicono di non poter scegliere e, piuttosto, fanno rotonde che non servono (perché, diciamolo, gestire soldi alla fine ha un suo perché), cittadini che pagano e non vedono migliorare nulla.
E allora la domanda è inevitabile, e non è retorica: come pensate che finirà?
Aurelio Mustacciuoli
